Cogito

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Andare Giù

Cogito ergo sum – Si fallor sum

( Sono me stesso quando dico le sciocchezze che penso )

Io dico che:  :roll:

febbraio 28, 2011 alle 10:17 pmNoi, le 29 operaie della Tacconi Sud insieme all’esercito di invisibili
Il neo imperialismo economico è ormai transnazionale, transcontinentale. E viene perseguito dall’insieme dei singoli che meglio riescono a sopraffare e sfruttare il prossimo.
Nessuna esclusione di colpi, dunque, tra chi cerca un posto nell’angusto “ascensore sociale” del libero profitto.
Forse è giunta l’ora di cacciare i padroni parassiti dalle fabbriche e trattenerci il plusvalore ottenuto col nostro lavoro.
Auguri alle signore lavoratrici e complimenti a questo blog
16 febbraio 2010 – A proposito del cosiddetto reddito di base –  Leggi l’articolo del Prof. Luciano Gallino del 16 settembre 2009 su la Repubblica “Reddito base e disoccupazione
Io dico che la globalizzazione dei mercati abbia accelerato e reso più evidente l’inevitabile crisi globale del capitalismo e che i tedeschi della “Die Linke” stiano rispolverando storiche e bislacche teorie socialdemocratiche. Magari ritenute utili a disinnescare l’emergenza sociale, slegando il reddito dalla prestazione lavorativa, ma che lasciano indisturbati quelli che ho già definito “i pupari”, ovverosia l’elite padronale libera di sfruttare e profittare dell’intero mondo-mercato.
In altri termini, mi sembra l’ennesimo tentativo, storicamente caro alle socialdemocrazie europee, di smussare gli artigli più evidenti del nostro sistema capitalista: una belva però, è bene ricordarlo, che non può essere addomesticata ché ne morirebbe.
Insomma, questa teoria del reddito incondizionato ad personam – pur apparentemente rivoluzionaria ai nostri occhi allenati da secoli di lotta per la sopravvivenza e ottenebrati da dogmi quali: “non mangi se non lavori” e “l’ozio è il padre di tutti i vizi” e “il lavoro nobilita l’uomo” e “prima lavora e dopo fai l’amore” – mi pare l’ennesima contraddizione in termini del cosiddetto “capitalismo regolato” e assomiglia un po’ ad estemporanee soluzioni del tipo: «Il popolo ha fame e manca il pane? Dategli le brioches! »
Io dico invece che dovremmo costruirci un’economia pianificata, dove ad ognuno debbano essere dati: una casa gratuita, l’istruzione gratuita, l’assistenza sanitaria gratuita, l’opportunità di imparare gratuitamente una professione o un’arte, un lavoro adeguato alle capacità dell’individuo e un bel po’ di tempo libero per “cazzeggiare”.
Pretendo una società utopica? Ma saremmo i divini naviganti che siamo se non fantasticassimo di spingerci al di là degli orizzonti raggiungibili?
Nulla è impossibile ai “pupi” che si liberano dai “pupari”.  Sicché l’utopia utopistica diventa utopica e,

mi permetto di usare le seguenti parole del grande uomo Alan Woods ¹ : «Occorre togliere dalle mani private il controllo delle leve decisive dell’economia, nazionalizzando le banche, le compagnie assicurative e le grandi aziende, con un indennizzo minimo per casi di reale necessità di piccoli azionisti. Solo quando le forze produttive saranno nelle mani della società, sarà possibile stabilire un piano socialista razionale della produzione, dove le decisioni siano prese nell’interesse della società e non di un pugno di ricchi parassiti e speculatori».
«La coscienza umana in generale è conservatrice. Le persone normalmente temono i cambiamenti e si aggrappano a ciò che è familiare. L’abitudine, la routine e la tradizione pesano fortemente sulla coscienza delle masse, che rimane indietro rispetto agli eventi. Ma nei momenti critici nella storia gli eventi accelerano al punto critico in cui la coscienza recupera il terreno in un colpo solo. Abbiamo raggiunto quel punto critico».

Ricordo che già dal lontano 1998, il Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES-PROTEO), in collaborazione all’Associazione Progetto Diritti e all’Unione Popolare, lanciò una battaglia culturale, politica e sociale, che aspirava ad avere dimensioni europee, a partire da una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Istituzione del Reddito Sociale Minimo”.
E il “reddito sociale minimo” faceva parte di un più ampio programma di socializzazione della ricchezza prodotta, che avrebbe potuto e dovuto inasprire la leva fiscale sulle società di capitale, le rendite finanziarie, i profitti, il capital gain e i grandi patrimoni, affinché si potesse dirottare tale accumulazione di ricchezza verso il reddito garantito e la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro.

E, commento di Luciano Vasapollo ² : «E’ per questo che oggi va riproposta una battaglia europea dell’intera classe dei lavoratori, occupati e non occupati, garantiti e non, come momento centrale della iniziativa legata alla riproposizione verticale dei conflitti sociali a partire dalla distribuzione sociale dell’accumulazione del capitale determinata da forme sempre più sofisticate di sfruttamento del lavoro, da quegli incrementi di produttività, che in ultima analisi altro non sono che ricchezza sociale generale complessivamente prodotta».

E, parole di Alejandro Valle Baeza ³ : « La crisi economica non è la malattia, lo è il capitalismo. La crisi è un sintomo di questa terribile e mortale malattia che è diventato il capitalismo. Curiamoci fintanto che abbiamo tempo; per questo dovremo lottare con una memoria solidale con tutte le forze anticapitaliste e apprendere da queste senza arroganza».

E, parole di Alessandro D’Antone 4 : «Assistiamo giorno dopo giorno ad una precarizzazione effettiva del vivere, caratterizzato mai come ora dall’incertezza nel pianificare il proprio futuro e dall’erosione costante dei diritti sociali e politici, attraverso un vero e proprio sfruttamento dell’uomo sull’uomo e alla cosiddetta estrazione di plusvalore, fondamento ultimo del perpetrarsi dell’ordinamento capitalista, coperti da una maschera ideologica che dipinge tale condizione come carica di tutte quelle caratteristiche di creatività e socialità che una vita improntata ad una “moderna flessibilità” reca con sé; come se la mercificazione del lavoro, la reificazione dei rapporti umani (quel feticismo delle merci per cui i rapporti tra persone si tramutano in rapporti tra cose), accompagnate dallo smantellamento compulsivo, nella sola ottica del profitto individuale, dei diritti sociali, siano collegate a quella frenesia che però è presentata come libera, emancipata, quasi artistica, tipica di quella modernità in cui la cifra costante del liberismo diviene sinonimo di libertà».
«A livello macrostrutturale, viviamo si può dire in un’epoca di decadenza senile del capitalismo a livello internazionale – nell’epoca della globalizzazione non potrebbe essere altrimenti -, e i segni di tale decadenza sono tangibili: sappiamo che il capitalismo ha come tratto distintivo lo sviluppo esteso delle forze produttive, ma tale sviluppo ora si è inesorabilmente arrestato nei paesi a capitalismo avanzato – il mondo occidentale – limitandosi a quelle economie emergenti, quali l’India e soprattutto la Cina, il cui ruolo nello sviluppo dell’economia è stato a lungo sottostimato dagli economisti, proprio perché si tratta di paesi assai esposti alle crisi; il solo pensare ad un’economia mondiale retta da tali paesi, avrebbe fatto tremare chiunque appena dieci anni fa, mentre ora paradossalmente è proprio in tali economie emergenti che si ripongono le maggiori speranze per salvare un sistema che già è avviato verso una vera e propria recessione. Tali vincoli economici portano naturalmente al sovrasfruttamento dei beni comuni, razionale per il singolo ma irrazionale per la società, che conduce inevitabilmente ad una relazione insostenibile tra l’individuo e il suo ambiente di riferimento, considerato come mero strumento piuttosto che come contesto vitale di co-evoluzione».

1 Alan Woods – (Swansea, 1944) è un politico e saggista britannico, dirigente della Tendenza Marxista Internazionale , in Italia rappresentata da FalceMartello , componente dell’ala sinistra di Rifondazione Comunista.
2 Luciano Vasapollo – Docente di Statistica Aziendale (DIP) e di Economia Aziendale della facoltà di Scienze Statistiche, Università “La Sapienza”, Roma. Direttore Scientifico Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES-PROTEO)
3 Alejandro Valle Baeza – Economista, professore titolare all’università UNAM – Messico
4 Alessandro D’Antone – Mio figlio (Dialectical Outlook)
10 febbraio 2010Io dico che siamo noi, il popolo, a dover usufruire finalmente del valore economico delle merci e dei servizi che produciamo con il nostro lavoro. In altri termini, dobbiamo affrancare le nostre vite da pupi.  Mandando affanculo i pupari.
1 febbraio 2010 Io dico che andiamo sempre peggio per l’ingordigia di chi riesce a sfruttare, sempre più, gli uomini e la natura.  Intanto, succubi idioti delle follie economico-liberiste, ci siamo lasciati scippare molto salario e molti diritti che i nostri nonni e genitori avevano guadagnato col sudore e pure col sangue delle repressioni di stato, da sempre scatenate a difendere i privilegi dei pochi contro le necessità dei molti.  L’argomento è troppo complesso ed esula dallo spazio che qui ho deciso di dedicargli, ma ritengo che questa crisi economica sia inscindibile dal becero modello di sviluppo capitalista che ci siamo dati.  Assiomi economici cari al “mondo occidentale”, poi importati obtorto collo anche da quei Paesi che han cercato di affrancarsi dalla povertà e dalla schiavitù: a loro imposte dalla nostra sete di benessere.  Insomma, per farla breve, direi di non affannarci sui palliativi per lenire i sintomi della malattia e di prendere o riprendere coscienza collettiva sull’origine del male, e lottare per sradicarlo.  Consiglio di dare un’occhiata all’ottimo articolo di Domenico Vasapollo, dal titolo La natura senza padroni. L’Educazione Ambientale come critica allo sviluppismo capitalista Ne riporto la conclusione:

Avviare modelli sociali ed economici fuori dalle leggi di mercato e alternativi al capitalismo, quindi in grado di superare le leggi dello sfruttamento sull’uomo e sulla natura, dove l’economia rimane indirizzata alla soluzione dei bisogni delle persone e quindi al rispetto e alla protezione della natura.  In un panorama di questo tipo entra a far parte a pieno titolo l’Educazione Ambientale, soprattutto scevra dell’ipocrisia dello sviluppo sostenibile in un sistema capitalistico.  Dove l’Educazione Ambientale è effettivamente educare al bene comune e collettivo, perché non contraddittoria al reale Sviluppo Sostenibile, ancor meglio alla Società Sostenibile.

28 gennaio 2010 Io dico che, chissà, forse non è vero che noi italiani siamo sempre stati come oggi ci presentiamo al resto del mondo.  Non ci siamo accorti che, anno dopo anno, ci siamo corazzati con una sorta di esoscheletro modellato dagli affabulatori di turno.  Ho il timore che il nostro riscatto morale si ponga oramai aldilà di un praticabile anche se arduo percorso di rieducazione collettiva.

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