Abbuono d’accisa negato sul furto


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In tema di accise, il soggetto obbligato, per poter ottenere l’abbuono dell’imposta, ai sensi dell’art. 4 del d.lgs. n. 504 del 1995 (nel testo modificato dall’art. 59 della legge n. 342 del 2000), in riferimento alla perdita o alla distruzione di prodotti in sospensione d’imposta in conseguenza di un reato commesso da terzi, non può limitarsi a dimostrare che l’evento è stato determinato da un fatto umano ascrivibile a terzi, ma è tenuto a provare di non aver concorso con dolo o di non aver cooperato con colpa al suo verificarsi, ipotesi quest’ultima che si verifica quando, senza il comportamento gravemente colposo dell’obbligato, il reato non si sarebbe verificato o si sarebbe verificato in modo diverso. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza (sentenza n. 174/21/07 della Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna – Sezione staccata di Parma, depositata il 24.1.2008, notificata in data 11.2.2008) impugnata che aveva escluso l’abbuono – con riferimento ad un furto di oltre 90 mila litri di alcool etilico anidro stoccato in sospensione d’accisa – ritenendo insufficiente l’esibizione del decreto di archiviazione emesso dal Gip, per essere il reato stato commesso da ignoti, in presenza di gravi negligenze nell’adempimento degli obblighi di vigilanza da parte del soggetto obbligato).

L’Ufficio delle Dogane di Reggio Emilia si costituiva e rispondeva sostanzialmente che:

– la ricorrente deteneva alcool etilico già soggetto ad accisa, in regime fiscale sospensivo, nel deposito fiscale sito alla … e che lo stesso depositario autorizzato è il soggetto obbligato al pagamento dell’accisa ex art. 2 D.Lgs 504/1995 (T.U.A.) esigibile sugli ammanchi in assenza delle condizioni poste dall’art. 4 D.Lgs 504/1995 per la concessione dell’abbuono;

– che, il secondo periodo del primo comma dell’art. 4 T.U.A., ad opera della lettera a) del primo comma del citato art. 59 L 342/2000, esclude il furto dal novero dei fatti legittimanti l’abbuono dell’accisa. A norma del medesimo art. 4 del D.lgs. 504/95, la prova delle circostanze che danno diritto all’abbuono incombe sul debitore “contribuente di diritto” che, nella sua veste di attore del promosso giudizio, non può che assoggettarsi all’onere di provare i fatti posti a fondamento del diritto che vuol far valere, ai sensi dell’art. 2697 c.c.;

– che … non ha comunque fornito tangibili elementi di prova sulle quali fondare il provvedimento di abbuono come previsto dall’art.4 T.U.A.;

– che la norma non impone l’automatica ricorrenza dell’abbuono ove non si accerti in sede penale il coinvolgimento del soggetto passivo nei fatti criminali (come nel caso di procedimento penale a carico di ignoti, necessariamente destinato all’archiviazione) e che, archiviato il procedimento penale, il soggetto obbligato non era riuscito a provare l’assenza della sua colpa grave : la grave negligenza del medesimo depositario nell’esercizio dei più elementari obblighi di vigilanza utili ad evitare la sottrazione; come si evince dalla lettura della denuncia sporta ai carabinieri di …;

– che ogni diversa interpretazione delle disposizioni richiamate sarebbe incompatibile con il diritto comunitario (Dir. 92/12/CEE del 25 febbraio 1992) e contraria ai principi del mercato comune;

– che, comunque, i fatti provano che l’ammanco si è verificato per cause imputabili al soggetto passivo a titolo di colpa grave;

– che, il pagamento dell’obbligazione, già certa, liquida ed esigibile, è stato richiesto con gli avvisi di pagamento impugnati; che sono atti amministrativi contenenti tutti gli elementi idonei a supportare l’iter logico-giuridico posto a base della pretesa e che dalla lettura dell’avverso ricorso non si evince alcuna censura contro gli atti impugnati ma solo “lagnanze” incoerenti con l’oggetto dell’impugnazione.

La Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Nell’Emilia, Sez. 01, con sentenza (27.10.2005) 30 gennaio 2006, N° 107.1.05, accoglieva il ricorso accorpato in unico fascicolo e compensava le spese di giudizio, affermando, da un lato, che a seguito delle modifiche apportate dall’articolo 59 della legge 342/2000, la normativa dispone, in sostanza, che i fatti compiuti da terzi e non imputabili al depositario a titolo di dolo o colpa grave ed anche i fatti imputabili al depositario a titolo di colpa non grave, sono equiparati al caso fortuito ed alla forza maggiore e quindi tornano rilevanti per l’abbuono dell’imposta; dall’altro, ha statuito che il furto in questione diviene, quindi, con le caratteristiche descritte, fatto rilevante non tanto per l’abbuono di imposta (come asserito, a parere del Collegio non correttamente, da parte ricorrente), quanto per l’esclusione dell’accisa sul prodotto trafugato ed inoltre che il richiamo all’onere probatorio da parte di … non è fuori luogo perché la direzione della Dogana aveva l’onere di dimostrare quali fossero i fatti rilevanti per giustificarne la colpevolezza od il dolo e la motivazione su cui sostanzialmente la pretesa esattoriale viene giustificata nell’atto accertativo, “gravi negligenze del depositario”, contrasta con quanto appurato dal Collegio.

Quantum appellatum – MOTIVI

I) Nozione di abbuono dell’obbligazione tributaria nel settore delle accise – Violazione per falsa applicazione degli articoli 1, 2, 4, 47 del Decreto Legislativo 26 ottobre 1995, n. 504.

La sentenza viola, per falsa applicazione, non solo l’invocata modifica dell’art.4 del D.Lgs 504/1995 ad opera dell’art. 59 della legge 342/2000 ma anche l’intera struttura legale delle accise e palesemente lo si desume anche all’inizio della pagina 8, ove statuisce che: “Il furto in questione diviene, quindi, con le caratteristiche descritte, fatto rilevante non tanto per l’abbuono di imposta (come asserito, a parere del Collegio non correttamente, da parte ricorrente), quanto per l’esclusione dell’accisa sul prodotto trafugato”.

Non è dato comprendere come si possa statuire che non di abbuono si tratti (e quindi dello sgravio dell’obbligazione tributaria già sorta) ma di esclusione dall’imposizione (e quindi di una non insorgenza dell’obbligazione tributaria) nel caso, per cui è questione, di accise – imposte indirette sulla produzione e sui consumi – altrimenti e storicamente conosciute come “imposte di fabbricazione”.

E’ palese l’errore al cospetto dell’obbligazione tributaria in discussione che, per sorgere quale obbligazione pubblica ex lege, non ha bisogno di alcun presupposto economicamente rilevante quale ad esempio la cessione a titolo oneroso del prodotto soggetto ad accisa: l’unico suo presupposto d’imposta è la fabbricazione o l’introduzione del prodotto sottoposto ad accisa nel territorio della Comunità.

Non ci sono soluzioni di continuità tra il fatto imponibile ed il momento in cui l’accisa diviene esigibile, e ciò è realizzato a mezzo di una figura giuridica particolare, il regime detto sospensivo.

E’ previsto che la produzione, la trasformazione e la detenzione di prodotti soggetti ad accisa e collocati nel regime sospensivo non possono avere luogo che in un deposito fiscale debitamente autorizzato dallo Stato membro sul cui territorio i prodotti si trovano.

Il titolare di questo deposito, denominato «depositario autorizzato», è tenuto a rispettare certi obblighi precisi e deve sottoporsi a controlli severi, al fine di garantire che il debito fiscale sarà pagato dal suo debitore (il depositario) al momento in cui i prodotti lasceranno, a qualsiasi titolo, quel sito e il regime sospensivo: nel momento, appunto, in cui i prodotti saranno «immessi in consumo».

Il furto di prodotti in sospensione dei diritti di accisa – ancorché rilevante, ad esempio, ai fini del non assoggettamento all’imposta sul valore aggiunto perché non costituente una “cessione di beni a titolo oneroso” a norma dell’art. 2 della VI Direttiva del Consiglio 77/388/CEE del 17 maggio 1977 – non ha alcuna rilevanza nel caso per cui è questione: dove il fatto generatore dell’imposta è già avvenuto e dove l’obbligazione, già certa, diviene liquida ed esigibile allorquando il prodotto, anche se contro la volontà del depositario, sia stato dal suo deposito, appunto, immesso in consumo.

Che l’accisa sia un’imposizione affatto diversa dall’imposta indiretta sul valore aggiunto, lo si può immediatamente desumere dallo stesso errore di “esclusione dall’imposizione” cui è incorso il primo giudice nel presumibile intento giustizialista di assimilare la sottrazione del prodotto alla conseguente impossibile traslazione del “carico tributario” al consumatore finale “contribuente di fatto” e magari sulla conseguente mancata neutralità – tipica dell’IVA – per il “contribuente di diritto”. E‘ invece di tutta evidenza come l’accisa non incida il prodotto sottoposto al momento della sua cessione bensì “alla nascita”: all’apparire del prodotto, per qualità e quantità, su un punto qualsiasi del territorio nazionale.

L’accisa è insensibile alla nozione civilistica di “proprietà”. Vi è un unico debitore (soggetto passivo d’imposta) ed è colui che “fisicamente” detiene quel prodotto, di quella qualità chimico-fisica e in quella quantità, a nulla rilevando se ne è il proprietario.

L’importo pagato a titolo di accisa, concorre così a formare il valore economico del bene alla stregua dei costi di produzione e di approvvigionamento e pertanto sarà imponibile IVA all’atto della cessione.

Del resto, l’accisa nazionale sull’alcole etilico, incide per circa il 95% del costo del prodotto finito al momento della sua immissione al consumo (svincolo dal regime sospensivo) nel senso che è circa 15 volte il costo industriale del bene.

In buona sostanza, immesso in consumo il prodotto, e versata quindi all’erario l’accisa, il debito fiscale è estinto e il prodotto assoggettato potrà subire lavorazioni, rilavorazioni, trasformazioni e cessioni senza che tale imposta possa più sorgere, in tutto o in parte, e nessuno è legittimato a chiederne ad esempio il rimborso – per mancato esercizio del diritto di rivalsa – perché gli è stato sottratto il bene o perché lo ha volontariamente o accidentalmente disperso o distrutto.

Tale succinta esemplificazione potrebbe forse risultare utile a chiarire, anche se in parole povere, come il furto denunciato da … abbia danneggiato esclusivamente l’erario che, nell’interesse generale di favorire e agevolare le attività economiche nazionali e nell’interesse personale dell’operatore economico richiedente il particolare regime fiscale, aveva “autorizzato” quest’ultimo a detenere, alcole e prodotti alcolici, in sospensione dei diritti di accisa; accordandogli il pagamento dilazionato al momento dell’estrazione dei prodotti dal “deposito fiscale”.

Controparte aveva quindi chiesto e ottenuto, per suo vantaggio economico e nell’ambito della prevista tutela delle imprese comunitarie e nazionali, di non comprare “prodotti già assoggettati” a condizione di ottemperare agli obblighi che la specifica disciplina fiscale impone al “depositario autorizzato” e di porsi, in tale attività, quale legittimo debitore d’imposta per i prodotti che fossero stati immessi al consumo dal suo deposito fiscale; beneficiando invece dell’abbuono del debito per quei prodotti che fossero stati accertati come distrutti o dispersi per caso fortuito.

Nei fatti, il prodotto trafugato è stato immesso in consumo per un conseguente danno di Euro 616.955,59: danno ingiusto per l’erario che è stato così privato di un tributo già nato, sul presupposto sostanziale dell’esistenza del prodotto, in capo al depositario autorizzato che, per la sua attività imprenditoriale e del connesso rischio d’impresa, ha pertanto cagionato tale danno al fisco che giustamente lo invoca anche sulla base del principio cuius commoda, eius incommoda.

II) Onere probatorio – Violazione per falsa applicazione dell’art. 4 del D.Lgs 504/95 – La prova delle circostanze cha danno diritto all’abbuono incombe sul contribuente.

Il disconoscimento delle ragioni del ricorrente quale diritto del debitore d’imposta a vedersi riconosciuto l’abbuono della medesima, è il prodromo necessario alla costruzione logica operata dall’On.le Collegio di prime cure che, solo dopo aver esplicitamente negato che di abbuono si tratta, ha potuto così ribaltare la parte processuale obbligata alla prova e sequenzialmente statuire che l’Ufficio aveva l’onere di dimostrare la colpevolezza del soggetto passivo, apoditticamente decidendo che: “In udienza l’Ufficio che ha dato ampia spiegazione della propria convinzione della colpa grave della Società, senza peraltro riuscire a convincere il Collegio” e supportando l’intero dictum con il valore probatorio attribuito alle indagini dell’archiviato procedimento penale a carico di ignoti.

Procedimento penale che, non solo non ha portato al radicamento del processo per essere rimasti ignoti gli autori dei reati ipotizzati ma, evidentemente, nessuna rilevanza poteva avere sul rapporto obbligatorio di natura tributaria dato che, l’eventuale accertamento di colpa grave rispetto all’accaduto, è cosa ben diversa dalla responsabilità penale sulla quale ha indagato la Procura della Repubblica che, com’è noto, non può prescindere dall’elemento psicologico del reato (il dolo) e dalla ricerca di adeguate prove che possano consentire all’Autorità inquirente di richiedere l’inizio dell’azione penale (rinvio a giudizio).

Anche se l’esistenza di un eventuale giudicato penale (comunque assente nella fattispecie esaminata) non impedisce al giudice tributario una difforme ricostruzione dei fatti controversi visto che egli non può negare a priori ogni rilevanza agli elementi probatori acquisiti nel procedimento penale, l’autonomia del medesimo giudice non deve però esporre la sentenza al vizio di nullità della pronuncia qualora questa risulti acriticamente aderente alla tesi enunciata da una delle parti oppure risulti impossibile arguire, dal tenore della motivazione, le ragioni della decisione.

Invero, l’obbligazione tributaria è distinta e insensibile all’eventuale processo penale e tale insensibilità del credito d’imposta non avrebbe potuto subire eccezione nemmeno in caso di pronuncia di assoluzione dall’imputazione per esclusione del dolo (od inadeguatezza delle prove al riguardo).

La norma in esame (cfr. art. 4 D.Lgs 504/1995 come novellato dall’art. 59 L 342/2000) non impone quindi l’automatica ricorrenza dell’abbuono ove non si accerti in sede penale il coinvolgimento nei fatti criminali del soggetto passivo (come nel caso di procedimento penale a carico di ignoti, necessariamente destinato all’archiviazione).

Ove si ritenesse sempre dovuto l’abbuono in mancanza di ogni serio accertamento su eventuali negligenze del soggetto passivo (ancorché prive di rilevanza penale) si invertirebbe il valore e l’operatività dei principi costituzionali e comunitari operanti in materia: quello generale, che sancisce l’obbligo del pagamento dell’accisa dopo che si è realizzato il presupposto dell’imposizione e quello eccezionale, che limita a casi tassativi la concessione degli abbuoni (cfr. l’art. 14 della Dir. CEE 92/12) e una siffatta interpretazione non avrebbe dovuto essere coltivata, dal Giudice, al cospetto delle chiarissime controdeduzioni dell’Ufficio resistente.

Come controdedotto da questa parte resistente nel primo giudizio, anche nella denegata interpretazione del “furto” quale fatto rilevante al fine dell’accertamento del “caso fortuito”, il soggetto obbligato è comunque esposto – indipendentemente dall’esito del procedimento penale – a responsabilità per l’accisa qualora “il furto”, ancorché considerato “perdita”, fosse ad egli addebitabile a titolo di “colpa grave”.

Sulla responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave, la medesima fonte di rango legislativo (cfr. art. 14 D.Lgs 504/1995) è in armonia con il divieto, sancito dall’art.1229 c.c., di imporre clausole di esonero da responsabilità che escludano o limitino preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave, come del resto stabilito, sulla responsabilità per l’inadempimento, dall’art. 1218 c.c.; che addossa tale responsabilità in via presuntiva al debitore, il quale, per liberarsene, deve provare che l’inadempimento sia stato determinato da impossibilità della prestazione dovuta a causa a lui non imputabile, non essendo sufficiente, a dimostrare l’assenza di colpa, la generica prova della diligenza del debitore stesso.

Del resto, a norma dell’art. 4 del D.lgs. 504/95, la prova delle circostanze che danno diritto all’abbuono incombe sul contribuente.

Archiviato il procedimento penale o condannati eventuali terzi responsabili per il reato che ha provocato l’ammanco, rimaneva quindi pur sempre da accertare, agli effetti della riscossione dell’accisa, l’eventuale coinvolgimento del medesimo soggetto passivo ed il grado della sua colpa, rimanendo ancora intatto l’onere, per il soggetto obbligato, di provare il suo mancato coinvolgimento nei fatti (ultimo periodo del primo comma dell’articolo 4); nozione ben diversa da quella di soggetto penalmente responsabile.

Inconferente era pertanto il richiamo operato da controparte ai princìpi generali sull’onere della prova, posti dall’art. 2697 c.c., perché il credito erariale liquidato con l’atto impugnato in quel giudizio è un diritto che ha il proprio fondamento nel preesistente rapporto obbligatorio, preveduto dalle leggi tutte riportate nel preambolo dell’avviso di pagamento e, in veste di attore del giudizio promosso, …, non poteva che assoggettarsi all’onere di provare i fatti posti a fondamento del diritto di abbuono che voleva far valere in giudizio, ai sensi del medesimo art. 2697 c.c.

III) L’esclusione del furto dell’alcole dalla nozione di caso fortuito – Violazione per falsa interpretazione della novella introdotta dall’art. 59 della legge 21 novembre 2000, n.342. – Violazione per falsa applicazione dell’art. 20 della legge 15 dicembre 1971, n. 1161 come autenticamente interpretato dall’art. 22 ter della legge 22 di-cembre 1980, n. 891.

La sentenza appellata fonda l’assunto che le modifiche dell’art.4 del D.Lgs 504/1995, ad opera dell’art.59 della legge 342/2000, abbiano “liberato” il depositario autorizzato (soggetto passivo) dall’obbligo di corrispondere l’accisa sulle quantità di alcool etilico trafugate dal deposito fiscale. L’assunto viene sorretto con espresso riferimento al fatto che il furto sia stato commesso da “terzi” ignoti ladri e che, nel contempo, non si è accertato alcun comportamento colposo del depositario: “estraneo ad eventuali responsabilità di sorta”.

Pacifica è invece la circostanza che vede controparte detenere alcool etilico già soggetto ad accisa, in regime fiscale sospensivo, nel deposito fiscale sito alla … E’ pacifico, conseguentemente, che sia lo stesso depositario autorizzato il soggetto obbligato al paga-mento dell’accisa gravante sul prodotto immesso in consumo da tale deposito (art. 2, co. 4, del D.Lgs. 26 ottobre 1995, n. 504).

In base all’art. 2 del T.U.A., infatti, l’accisa è esigibile anche sugli ammanchi in misura superiore a quella consentita o quando non ricorrono le condizioni per la concessione dell’abbuono di cui all’articolo 4 .

L’articolo 4, co. 1, T.U.A., come novellato dall’articolo 59 della legge 21 novembre 2000, n. 342, dispone, letteralmente, che: “In caso di perdita o distruzione di prodotti che si trovano in regime sospensivo, è concesso l’abbuono dell’imposta quando il soggetto obbligato provi che la perdita o la distruzione dei prodotti è avvenuta per caso fortuito o per forza maggiore. I fatti compiuti da terzi non imputabili al soggetto passivo a titolo di dolo o colpa grave e quelli imputabili allo stesso soggetto passivo a titolo di colpa non grave sono equiparati al caso fortuito ed alla forza maggiore. Qualora, a seguito del verificarsi di reati ad opera di terzi, si instauri procedimento penale, la procedura di riscossione dei diritti di accisa resta sospesa sino a che non sia intervenuto decreto di archiviazione o sentenza irrevocabile ai sensi dell’articolo 648 del codice di procedura penale. Ove non risulti il coinvolgimento nei fatti del soggetto passivo e siano individuati gli effettivi responsabili, o i medesimi siano ignoti, è concesso l’abbuono dell’imposta a favore del soggetto passivo e si procede all’eventuale recupero nei confronti dell’effettivo responsabile”.

La sentenza è pertanto viziata anche da falsa interpretazione della novella introdotta dall’art. 59 della legge 21 novembre 2000, n.342 e dalla falsa applicazione dell’art. 20 della legge 15 dicembre 1971, n. 1161 (G.U. 12 gennaio 1972, n.9) come autenticamente interpretato dall’art. 22 ter del decreto legge 31 ottobre 1980 n. 693 – G.U. n. 300 del 31/10/1980 – in legge 22 dicembre 1980, n. 891 – G.U. n. 355 del 30/12/1980) ove dispone che nei casi di perdita (con – interpretazione autentica – significato di dispersione e non di sottrazione della disponibilità del prodotto) o distruzione di prodotti gravati da imposta di fabbricazione o dalla corrispondente sovrimposta di confine è accordato l’abbuono quando sia provato che la perdita o la distruzione dei prodotti è avvenuta per caso fortuito o per forza maggiore o comunque per fatti imputabili a titolo di colpa non grave a terzi od allo stesso soggetto passivo.

IV) La Sentenza si pone in contrasto all’applicazione degli articoli 6, 11 e 14 della Direttiva CEE 25 febbraio 1992, n.12.

Come già osservato, la sentenza è inoltre viziata anche da contrasto all’applicazione degli articoli 6, 11 e 14 della Direttiva CEE del Consiglio 25 febbraio 1992, n.12 (G.U. n. 76 del 23/3/1992) dato che il legislatore comunitario ha voluto che le condizioni di esigibilità siano quelle in vigore nello Stato membro in cui è effettuata l’immissione in consumo o la constatazione degli ammanchi (cfr. art.6 e art.11 Dir. CEE 92/12) a condizione, ben inteso, di rispettare i criteri stabiliti nelle direttive relative al ravvicinamento delle aliquote e delle strutture fiscali. Ove, l’art. 14 della Dir. CEE 92/12, dispone che: “Il depositario autorizzato beneficia di un abbuono d’imposta per le perdite verificatesi durante il regime sospensivo, imputabili a casi fortuiti o di forza maggiore e accertate dalle autorità di ciascun Stato membro.” risulta evidente la previsione della duplice condizione dell’accadimento del caso fortuito, quale evento del tutto imprevedibile ed inevitabile, associato alla necessaria attività di accertamento della soggettiva esclusione di responsabilità del depositario autorizzato nel medesimo fatto dato che, in tale evenienza, non sarebbe più fortuito perché non estraneo alla sfera di controllo del custode.

Solo per chiarire l’accennata previsione normativa, si consideri una banale operazione di trasferimento di alcole in sospensione da un serbatoio ad un altro od a veicolo per il suo trasporto e si consideri che nelle manuali operazioni di approntamento delle linee di pompe e tubazioni all’uopo occorrenti, l’operaio incaricato non “serri” sufficientemente una “flangia” o non fissi bene un manicotto. In tale evenienza, all’azionamento della pompa, vi sarà una fuoriuscita anche violenta di prodotto che si disperderà, non sarà pertanto più rinvenibile e utilizzabile e il depositario non potrà godere dell’abbuono d’imposta perché l’evento si è verificato per prevedibile ed evitabile negligenza o imperizia.

Inoltre, come già osservato, le perdite verificatesi durante il regime sospensivo nulla hanno a che vedere con la “sottrazione” del prodotto che non risulta quindi perso o disperso o distrutto incidentalmente per caso fortuito o per forza maggiore ma che viene invece svincolato irregolarmente dal regime sospensivo e fraudolentemente immesso al consumo in evasione dei diritti di accisa.

V) La sentenza risulta pedissequamente appiattita su asserzioni della ricorrente manifestamente inutili a supportare l’assenza di colpa grave del depositario – Vizi di motivazione.

Se sulla falsa applicazione della disciplina positiva sulle accise, l’On.le Collegio giudicante ha gettato le fondamenta della sentenza qui appellata, l’edificazione è proseguita con l’omissione di pronunciamento su una questione essenziale posta dalla ricorrente ed ampiamente controdedotta dall’Ufficio, sia nella propria costituzione in giudizio che nella pubblica udienza, ovverosia se, dalla lettura della denuncia sporta ai carabinieri di …, si possa ricavare o meno la prova della grave negligenza del medesimo depositario nell’esercizio dei più elementari obblighi di vigilanza utili ad evitare la sottrazione.

Il thema disputandum della questione della prova risultante da tale fondamentale documento cognitivo e probatorio, oggetto di specifica domanda sottoposta al primo Organo collegiale, non avrebbe dovuto da questi essere assorbita o pretermessa in un dictum che aveva già assorbito la questione dell’estensione del “caso fortuito” al “furto” o pretermesso l’assimilazione di questo alla “perdita” o “distruzione” e ribaltato l’ onus probandi. Tale ulteriore vizio della sentenza, per la sua attinenza più alla categoria degli errores in procedendo, viene denunciato con l’ultimo specifico motivo di impugnazione del presente appello: eccependo intanto la manifesta inutilità, al fine della prova di colpa grave del depositario, di quanto riportato a pag. 8, terzo capoverso, della sentenza, ove statuisce che: “Il Collegio accerta che la stessa Amministrazione Doganale chiamata – dalla stessa … – a verificare i luoghi teatro del furto nell’immediatezza del fatto, nulla ebbe a rilevare o contestare. Non risultano verbalizzate o contestate situazioni di anomalia né situazioni di sospetto né riserve” dato che, la mancata constatazione di evidenti anomalie che potessero da subito suggerire elementi probanti la negligenza del custode, non poteva e non può evidentemente lenire l’efficacia della prova della grave negligenza del medesimo depositario; ricavata e ricavabile solamente dalla successiva lettura dell’atto di ricezione della denunzia orale di furto sporta dal legale rappresentante di … ai carabinieri.

Come del resto risulta manifestamente inutile, al fine di escludere colpa grave del depositario, la pedissequa descrizione – alle pagine 9 e 10 della sentenza – dell’area ove insiste il deposito, delle verifiche e delle ispezioni subite nel corso degli anni di attività, per finire con la fuorviante statuizione che: “ Non solo: il Collegio può agevolmente appurare che all’interno del fabbricato di parte ricorrente esiste un ufficio riservato ai Funzionari dell’Amministrazione doganale per le operazioni di verifica. Gli stessi funzionari accedono pressoché ogni giorno all’opificio per lo svolgimento delle operazioni di verifica: funzionari che, a quanto pare dagli atti, non hanno mai sollevato contestazioni o riserve sul comportamento di … sulla consistenza delle strutture o sull’organizzazione o sulle norme di sicurezza. La motivazione su cui sostanzialmente la pretesa esattoriale viene giustificata nell’atto accertativi – gravi negligenze del depositario – contrasta con quanto appurato dal Collegio” dato che le gravi negligenze del depositario per cui è causa sono avvenute nelle notti del 26 marzo, del 27 marzo e del 29 marzo 2001 e nessun funzionario di questa amministrazione ne era o ne poteva essere a conoscenza. Inoltre è da notare come l’intento tendenziosamente e meramente esplorativo di quella parte del ricorso sia stato praticamente fatto proprio dall’On.le Collegio giudicante e posto tra i fatti fondanti l’assenza delle “gravi negligenze del depositario”. Invero e’ risaputo come, in un deposito fiscale ai fini delle accise, possano essere svolte variegate tipologie di operazioni fiscalmente rilevanti, quali, ad esempio: le denaturazioni, le trasformazioni sotto controllo doganale, le disidratazioni, le rettifiche, ecc.: tutte operazioni per le quali, la disciplina positiva di settore, prevede specifiche attività di controllo documentale e fisico (su materie prime, semilavorati e prodotti finiti) da parte di questo organo dell’Amministrazione doganale in contraddittorio con il depositario autorizzato.

Del resto, i depositi fiscali, quali quello della ricorrente, operano sotto diretto controllo dell’Amministrazione doganale nel senso che la vigilanza fiscale è assicurata mediante “controlli preventivi o successivi” ma, tranne la prevista assistenza diretta alle operazioni di denaturazione o di preventivi adattamenti tecnico-impiantistici o di accertamento fisico e chimico dei prodotti sottoposti a lavorazione o di bilancio delle lavorazioni, l’operatività commerciale del deposito medesimo è assolutamente libera e svincolata dalla “vigilanza permanente” che ha contraddistinto il settore delle accise fino al 31 dicembre 1992 (cfr. d.l. 31.12.1992, n.513 reiterato fino al d.l. 30.8.1993, n.331 convertito dalla legge 29.10.1993, n.427).

VI ) Travisazione del fatto – La sentenza riporta il fatto come descritto dal ricorrente non raffrontandolo al fatto come riferito dall’Ufficio – Vizi di motivazione.

Le affermazioni e le annotazioni della sentenza della quale si chiede qui la verifica, pur nella considerazione che le sentenze non necessitano di un’analisi particolareggiata di tutte le deduzioni, non dovrebbero sfuggire al necessario controllo giurisdizionale di questo grado superiore del processo: perché tutte pedissequamente appiattite sulle affermazioni e sulle descrizioni fatte dal ricorrente.

L’Ufficio ha quindi esaminato le ragioni poste dal contribuente a fondamento della richiesta di abbuono della somma di Euro 616.955,59, quale accisa dovuta sul prodotto fraudolentemente immesso in consumo da ignoti, non rinvenendone di idonee a superare la convinzione, tratta dalla lettura della denuncia sporta ai carabinieri di …, della grave negligenza del medesimo depositario nell’esercizio dei più elementari obblighi di vigilanza utili ad evitare la sottrazione.

Insufficiente perché non esaustiva sulla dinamica del furto è inoltre l’asserzione (pag.4 della sentenza) che ignoti ladri eludevano la sorveglianza e si introducevano all’interno dei magazzini nella notte del 29 marzo 2001: visto che le ignote persone avevano eluso la sorveglianza e si aggiravano all’interno dei magazzini anche la sera del 26 marzo 2001 e la notte del 27 marzo 2001.

Come già osservato al precedente motivo di gravame, tendenziosamente esplorativa perché manifestamente inutile è del resto l’asserzione (pag.4 della sentenza) che i funzionari intervenuti per eseguire l’inventario e accertare l’ammanco non abbiano sollevato eccezioni o contestato responsabilità alcuna per l’accaduto.

Falsa è inoltre l’asserzione (pag. 5 della sentenza) che … ebbe ad impugnare l’avviso di pagamento N° 5/2001, prot. N° 2001-7363 del 19 aprile 2001, ritualmente notificato al depositario il 24 aprile 2001, visto che la connessa procedura di riscossione era sospesa ope legis (ex art.4, co.1, T.U.A.) a causa dell’instaurato procedimento penale.

Tanto premesso, corre l’obbligo evidenziare vizio di motivazione alle pagine 3 , 4 e 5 della sentenza gravata ove riporta l’antefatto esposto dal ricorrente non confrontandolo con quello narrato dall’Ufficio.

VII ) Vizio di motivazione per omessa valutazione da parte del giudice di una prova ritenuta decisiva ai fini della dimostrazione della colpa di … – Violazione del principio costituzionale sancito dall’articolo 111, co. 6. – Violazione dell’art. 36, co. 2, nn. 3 e 4, del D.L.vo n. 546/1992. – Violazione dell’art. 118, co. 1, disp. att. c.p.c. – Nullità della sentenza.

E’ parere di questa parte appellante che la sentenza sia viziata da omessa pronuncia su un capo fondamentale della domanda, posta sia dal ricorrente che dall’Ufficio resistente, ove non affronta, neppure implicitamente, la cruciale questione della grave negligenza del depositario nell’esercizio dei più elementari obblighi di vigilanza utili ad evitare la sottrazione: ricavabile dalla lettura dell’atto di ricezione della denuncia orale sporta dal legale rappresentante di … ai carabinieri di …

Tale inspiegabile omissione emerge ancor più dopo che, a pag. 5, della sentenza: “Il Collegio osserva. Preliminarmente, la risoluzione giuridica del contenzioso de quo si racchiude nella risposta alle seguenti semplicissime domande di merito: 1) a … è addebitabile una sorta di responsabilità nel furto? 2) può esserle imputata colpa grave, o al limite, dolo?”

Imperscrutabile rimane quindi l’iter logico seguito dal Giudice che per rispondere a tali Sue “semplicissime domande di merito”, dopo aver esordito con, a pag. 5: “Sono stati, da questo Giudice, attentamente analizzati i documenti allegati e sono state altrettanto attentamente udite le relazioni verbali delle parti…”: sintetizza in modo assolutamente carente e fuorviante le ragioni dell’Ufficio (pag.6), le liquida con una apodittica: “Tesi che non vengono accolte dal Collegio specie dopo una ennesima ed attenta lettura, rivisitazione ed analisi dell’intero fascicolo.”, riporta l’antefatto esposto dal ricorrente non confrontandolo con quello dell’Ufficio (pagine 3 – 4 – 5 – 6 della sentenza), spende ben 4 pagine della sentenza ( pagine 7 – 8 – 9 – 10) riportandovi dal ricorso inutili descrizioni dell’area del deposito, e inspiegabilmente non affronta la questione delle risultanze probatorie dell’unico documento che poteva e può fornire un certo resoconto della dinamica dell’accaduto.

Nell’avverso ricorso controparte eccepiva illegittimità dell’atto impugnato per motivazione insufficiente, erronea, comunque contraddittoria ed anche in contrasto con atti pubblici, facendo esplicito riferimento all’atto di denuncia ai carabinieri che, a parere di controparte: “Nell’atto di denuncia (doc. n. 1), atto che la stessa Amministrazione Doganale richiama a fondamento delle proprie illazioni, si legge una cosa ben diversa da quella invece riportata nell’avviso impugnato ”.

Tale atto era stato posto, dall’Ufficio, quale prova della colpa grave del depositario e quindi causa esimente dal diritto dell’abbuono – posta dal citato art. 4 D.L.vo 504/1995 – indipendentemente dalla qualificazione del “furto” quale “caso fortuito” e “perdita”.

Controparte nega la palese negligenza dimostrata nel custodire il prodotto affidatogli dall’erario, e lo fa con veemenza; quasi a voler cancellare il senso compiuto di quelle due, invero scarne, risposte date al carabiniere verbalizzante il 30 marzo 2001 e comunque integralmente trascritte sull’avviso di pagamento impugnato: “A.D.R.: Si sono a conoscenza che nella serata del 26 e nella nottata del 27 marzo, sono scattati degli allarmi presso la suddetta ditta. Non mi risulta comunque che sia stata notata la presenza di intrusi all’interno dello stabilimento. Per questi episodi, comunque, in data 28 marzo ho spedito un fax al Corpo Guardie Giurate invitandoli a intervenire celermente in caso di altri allarmi.

A.D.R.: Prendo atto che dalla visione delle foto riprese dalla video sorveglianza a seguito dell’allarme scattato nella serata del 26 e nella nottata del 27 marzo, emerge la presenza di intrusi all’interno del deposito D1. Come sopra riferito la cosa comunque non era di mia conoscenza né degli altri soci.”

Può logicamente e giuridicamente avere una qualche valenza sostenere: “ho spedito un fax al Corpo Guardie Giurate invitandoli a intervenire celermente in caso di altri allarmi “, ”emerge la presenza di intrusi all’interno del deposito D1 ma la cosa comunque non era di mia conoscenza né degli altri soci”?

E chi ha stipulato il contratto di vigilanza con quel servizio di vigilantes che non vigilano e non informano nemmeno il proprietario che quindi pagherebbe per un servizio non reso ?

Come già osservato, l’Erario, unica parte danneggiata dalla fraudolenta immissione in consumo del prodotto trafugato da un suo deposito fiscale, non può e non deve chiederne il risarcimento al vigilante che si fosse addormentato o alla ditta cui il depositario ha affidato il controllo e la manutenzione dei sistemi di allarme oppure a quella che ha avuto il contratto per la manutenzione dei cancelli e delle serrature e così via.

Appare evidente come, il depositario autorizzato, soggetto passivo ed unica controparte del rapporto obbligatorio col fisco, deve adempiere ai suoi obblighi di custodia e ne risponde direttamente all’erario; salvo poi rivalersi su chi è stato contrattualmente inadempiente nei suoi confronti.

Ma, controparte, inutilmente nega l’innegabile fatto che nessuno dei suoi rappresentanti o soci sapesse, il giorno 30 marzo 2001 (furto denunciato come avvenuto nella notte tra il 29 e il 30 marzo) che, nella serata del 26 marzo 2001 e nella nottata del 27 marzo 2001, era emersa la presenza di intrusi all’interno del deposito.

E a cosa servirebbero mai le guardie armate, i muri in cemento armato, i serramenti in ferro, i lucchetti, i cancelli e gli antifurto se il depositario (almeno diligente quanto il buon padre di famiglia) non sa nemmeno che tali difese erano state per ben due volte penetrate, la sera del 26 marzo e la notte del 27 marzo?

Se il buon padre di famiglia lo avesse saputo, avrebbe certamente chiesto alle sue guardie armate di individuare le difese delle quali gli intrusi si erano beffati, di quali varchi avevano profittato e con quali artifici.

Se il depositario autorizzato avesse saputo, si sarebbe sicuramente arrabbiato del fatto che, addirittura la notte successiva all’intrusione del 26 marzo 2001, i suoi gendarmi e i suoi bastioni si fossero ancora fatti beffare da intrusi che ormai liberamente entravano ed uscivano dal deposito fiscale, un giorno si e l’altro pure, e liberamente vi scorazzavano facendo scattare inutili allarmi e mettendosi in posa davanti ad inutili videocamere.

Se il depositario autorizzato ne fosse stato al corrente, avrebbe tappato le falle di sicurezza già aperte rendendo arduo – e quindi criminalmente troppo rischioso – l’eventuale ulteriore tentativo di violare il deposito e, in tal caso, avrebbe comunque potuto dimostrare di aver adottato le normali precauzioni del caso ed usato la conseguente diligenza del buon padre di famiglia, a prescindere dall’abilità e determinazione dei ladri.

E invece, il depositario autorizzato, colpevolmente inerte al cospetto dei fatti già accaduti tra le mura del deposito fiscale, il 26 marzo e il 27 marzo, dormiva il suo sonno anche la notte del 29 marzo, quando gli intrusi – che non potevano essere meno di 8 persone – oramai di casa e stanchi di farsi riprendere in mille pose dalle telecamere, le coprono con della carta stagnola, scelgono i serbatoi contenenti l’alcool di migliore qualità e lavorano alacremente per circa tre ore e mezza nel riempire almeno tre autoarticolati (altrimenti conosciuti come “bisonti della strada”): utilizzando la grossa e rumorosa pompa elettrica alimentata dalla negligentemente disponibile forza motrice del deposito.

La propria negligenza emerge anche nel continuo affermare che le guardie giurate intervennero sempre e che tutte le volte ispezionarono l’area e informarono il legale rappresentante; ma il punto in questione è che dal verbale risulta che né il legale rappresentante né gli altri soci vennero informati della presenza degli intrusi.

Inoltre, ancora oggi, non si comprende nemmeno di quali interventi e di quali ispezioni si discuta se, le guardie giurate, dopo gli allarmi del 26 marzo e dopo gli allarmi del 27 marzo, non si sono avvedute del furto fatto da una folla di uomini e mezzi composta da almeno 8 persone e tre autoarticolati e per almeno 3 ore e mezza. Verrebbe da pensare che, la notte del 29 marzo, gli allarmi non siano scattati oppure che le guardie avessero altro da fare oppure che avessero sbagliato luogo dell’intervento ispezionando il deposito di qualcun altro.

Inequivocabilmente esatta, in fatto e in diritto, è pertanto l’espressione usata nell’atto impugnato: “L’assoluto silenzio su tali fatti prova la mancata adozione dei più elementari obblighi di vigilanza utili ad evitare la sottrazione; tanto più che due e tre giorni prima della presunta data del furto erano scattati allarmi in diverse zone del deposito e addirittura venivano riprese immagini degli intrusi.”

Si può e si poteva facilmente concludere la questione con le medesime parole dell’atto impugnato: “Che i fatti provano che la perdita del prodotto soggetto ad accisa è avvenuta per cause imputabili al soggetto passivo a titolo di colpa grave e costituiscono causa di esclusione dal diritto dell’abbuono dato che lo stato di non coinvolgimento del soggetto obbligato, oggi equiparato alla forza maggiore di cui al primo periodo del citato art.4 D.Lgs 504/1995 e quindi comportante l’abbuono dell’imposta, si delinea come quello nel quale al soggetto passivo dell’imposta non siano attribuibili a titolo di colpa grave i fatti compiuti da terzi.”

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