L’acqua senza profitti


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L'acqua senza profitti

Sulla privatizzazione dell’acqua, ovverosia sull’ennesima mercificazione di beni e servizi, già su questo blog, il 12 novembre e il 27 novembre scorsi, avevo riportato due comunicati del mio sindacato.

Il governo aveva infatti convertito, in legge 166 del 20 novembre 2009, il decreto legge 135 del 25 settembre 2009, il cui art. 15 ha modificato l’art. 23-bis del decreto legge 112 del 25 giugno 2008, che era stato convertito nella legge 133 del 6 agosto 2008.

Se qualche curioso andrà a leggere l’incipit del citato articolo 23-bis troverà scritte le seguenti parole:

Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonché di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili.
Mi son chiesto, senza successo e quindi chiedo a voi che state leggendo, cosa c’entri il riferimento all’art. 117 della nostra Costituzione, il cui secondo comma così recita:

La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.

Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie:

e) moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;

m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale;

Sarei dunque grato a chi, leggendo questo post, mi potrà svelare il nesso tra la giurisdizione delle potestà legislative, sancite dal titolo V della nostra Costituzione, e le garanzie all’universalità, all’accessibilità dei servizi pubblici locali e all’adeguato livello di tutela degli utenti, così pomposamente affermati dalla legge in argomento.

Mi sembra già di sentire risposte del tipo: “Dato che, i Comuni, le Provincie, le Regioni e lo Stato, a volte non riescono a garantire un adeguato servizio ai cittadini, è giusto che si facciano da parte in favore di operatori privati, specializzati e che soddisfino pertanto la domanda dei clienti: anche se con l’obiettivo di un loro (dei fornitori e non certo dei clienti) lauto profitto economico“.

Siccome siamo qui per capire se chi abbiamo mandato a legiferare lo faccia nel nostro interesse (di noi tutti, il popolo sovrano secondo l’articolo 1 della Costituzione), insisto e chiedo, a chi tra voi era lì per rispondere, se cortesemente e in coscienza sua può riportare casi di miglioramento di servizi che una volta erano gestiti o partecipati direttamente o indirettamente dallo Stato o dagli Enti locali e che, via via, sono passati nelle mani degli speculatori privati.

Attenzione però che nel fare codeste pesate occorre mettere sulla bilancia anche i costi per noi clienti (che per me è una parolaccia ma tant’è che oramai siamo tutti clienti e non più utenti) o, meglio, il rapporto tra la qualità del servizio e del bene che ci viene venduto e il costo che ci viene addebitato in fattura o in bolletta che dir si voglia.

Occhio anche a dare un giusto peso alle condizioni salariali e di sicurezza dei lavoratori delle aziende prima pubbliche ed oggi in mano privata: ché la precarietà e l’insicurezza sul lavoro sono all’origine dei nostri mali quotidiani.

E che ne so: pensate ai treni da FS a trenitalia, alla SIP poi telecom, alla bolletta della luce prima e dopo il decreto Bersani (1999), alla bolletta del gas prima e dopo il decreto Letta (2000), a quando il CIPE stabiliva prezzi e tariffe, a quando il “lavoro” non era completamente deregolamentato come oggi. E possiamo anche fermarci qui con l’elenco dei ricordi.

Campagna referendaria - L'acqua non si vendeBene? E adesso aspettiamoci pure le fatture gonfiate del fornitore privato dell’acqua, della depurazione e dei rifiuti solidi urbani e, in nome del sacro libero mercato, in silenzio e camminando col didietro rasente al muro, chi dovremmo pregare affinché non ci fottano ancora una volta?

Mentre siamo intenti in questi nostri esercizi di auto-difesa, non dimentichiamo un principio fondamentale della nostra Costituzione, quale quello sancito dall’art. 3, che recita:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

A me pare che stavamo meglio quando, secondo la logica del progresso storico, si doveva star peggio: nel senso che, tra un gossip e qualche  escort di troppo, c’hanno  fregato una serie di conquiste sociali pagate col sudore e col sangue dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Forse ci stiamo ritrovando in tanti (escluso, beninteso, il grosso peso morto degli indifferenti), in situazioni surrealisticamente simili ai tanti cittadini dell’ex URSS che oggi rimpiangono il tardo periodo sovietico: durante il quale nessuno di loro poteva avere la merdeces, nessuno poteva tranquillamente viaggiare, non si trovava abbondanza e varietà di merci e manco potevano gustarsi una coca.  Ma almeno non dovevano preoccuparsi della loro istruzione, delle cure mediche o di trovare una casa e un lavoro: ché tutti, uomini e donne, erano obbligati a studiare molto ma gratis, e lavorare non molto ma quasi a gratis.  E il cibo faceva schifo e il gelato sembrava burro ma almeno non era la merda avvelenata, aromatizzata e colorata, che sempre un più vasto numero di italiani è costretto a comprare in questi iper-mercati che, appena entri, sanno di scoreggia.

Non vi sono e mai vi saranno società perfette, perché noi siamo esseri imperfetti. E meno male! Sai che noia sarebbe non poter commettere alcuna marachella!

Ma poi, riflettete – in un mondo veramente libero e democratico, governato dall’equità e dove ogni individuo sia veramente libero dai bisogni primari (cibo, casa, sanità, istruzione, lavoro e svago), libero di sviluppare la propria personalità e di partecipare secondo le proprie attitudini e capacità alla vita e al progresso collettivo, con pari dignità sociale e senza distinzione di sesso, razza (che non esiste), lingua e religione – forse sparirebbero alcuni antichi mestieri e persino i preti diventerebbero medici-bio-tecno-ingegneri, impegnati a preservare e prolungare la vita in questo paradiso terrestre: ché tanto, la patente di veggente di cosa ci sia nell’oltretomba, non c’è l’ha nessuno.

Intanto direi che, nell’attesa della trasmutazione degli italiani indifferenti (tanto odiati da Antonio Gramsci), per noialtri sarebbe bene andare a firmare, dal 24 aprile prossimo, i tre quesiti referendari per togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.

Tutte le info al seguente indirizzo:   http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/

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