Capitalismo. Curiamo la malattia


Capitalismo. Curiamo la malattia

Pple 103 Lookout © Fernand Hick

A proposito del cosiddetto “reddito di base” – Ascolta audio del prof. Luciano Gallino su reddito minimo garantito – Leggi l’articolo del 16 settembre 2009 su la Repubblica “Reddito base e disoccupazione” – Reddito di Base: un impulso culturale di Daniel Häni e Henno Schimdt – Video su YouTube

Io dico che la globalizzazione dei mercati abbia accelerato e reso più evidente l’inevitabile crisi globale del capitalismo e che i tedeschi della “Die Linke” stiano rispolverando storiche e bislacche teorie socialdemocratiche. Magari ritenute utili a disinnescare l’emergenza sociale, slegando il reddito dalla prestazione lavorativa, ma che lasciano indisturbati quelli che ho già definito “i pupari”, ovverosia l’elite padronale libera di sfruttare e profittare dell’intero mondo-mercato.

In altri termini, mi sembra l’ennesimo tentativo, storicamente caro alle socialdemocrazie europee, di smussare gli artigli più evidenti del nostro sistema capitalista: una belva però, è bene ricordarlo, che non può essere addomesticata ché ne morirebbe.

Insomma, questa teoria del reddito incondizionato ad personam – pur apparentemente rivoluzionaria ai nostri occhi allenati da secoli di lotta per la sopravvivenza e ottenebrati da dogmi quali: “non mangi se non lavori” e “l’ozio è il padre di tutti i vizi” e “il lavoro nobilita l’uomo” e “prima lavora e dopo fai l’amore” – mi pare l’ennesima contraddizione in termini del cosiddetto “capitalismo regolato” e assomiglia un po’ ad estemporanee soluzioni del tipo: «Il popolo ha fame e manca il pane? Dategli le brioches! »

Io dico invece che dovremmo costruirci un’economia pianificata, dove ad ognuno debbano essere dati: una casa gratuita, l’istruzione gratuita, l’assistenza sanitaria gratuita, l’opportunità di imparare gratuitamente una professione o un’arte, un lavoro adeguato alle capacità dell’individuo e un bel po’ di tempo libero per “cazzeggiare”.

Pretendo una società utopica? Ma saremmo i divini naviganti che siamo se non fantasticassimo di spingerci al di là degli orizzonti raggiungibili?

Nulla è impossibile ai “pupi” che si liberano dai “pupari”.  Sicché l’utopia utopistica diventa utopica e,

mi permetto di usare le seguenti parole del grande uomo Alan Woods ¹ : «Occorre togliere dalle mani private il controllo delle leve decisive dell’economia, nazionalizzando le banche, le compagnie assicurative e le grandi aziende, con un indennizzo minimo per casi di reale necessità di piccoli azionisti. Solo quando le forze produttive saranno nelle mani della società, sarà possibile stabilire un piano socialista razionale della produzione, dove le decisioni siano prese nell’interesse della società e non di un pugno di ricchi parassiti e speculatori».

«Lenin una volta osservò che la politica è economia concentrata. La crisi economica che sta scuotendo il mondo sta avendo profondi effetti sulla psicologia di tutte le classi, a iniziare da quella capitalistica. In un periodo in cui il capitalismo va avanti, la pressione delle idee borghesi sulla classe operaia e sulle sue organizzazioni raddoppia».

«Qui abbiamo il cuore della questione. I rappresentanti del capitalismo (inclusi quelli religiosi) sentono il terreno tremargli sotto i piedi. Temono le conseguenze sociali e politiche della crisi, che pongono un enorme rischio alla stabilità sociale, e fanno appello al governo e ai padroni perché facciano qualcosa prima che sia troppo tardi».

«La coscienza umana in generale è conservatrice. Le persone normalmente temono i cambiamenti e si aggrappano a ciò che è familiare. L’abitudine, la routine e la tradizione pesano fortemente sulla coscienza delle masse, che rimane indietro rispetto agli eventi. Ma nei momenti critici nella storia gli eventi accelerano al punto critico in cui la coscienza recupera il terreno in un colpo solo. Abbiamo raggiunto quel punto critico».

Ricordo che già dal lontano 1998, il Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES-PROTEO), in collaborazione all’Associazione Progetto Diritti e all’Unione Popolare, lanciò una battaglia culturale, politica e sociale, che aspirava ad avere dimensioni europee, a partire da una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Istituzione del Reddito Sociale Minimo”.

E il “reddito sociale minimo” faceva parte di un più ampio programma di socializzazione della ricchezza prodotta, che avrebbe potuto e dovuto inasprire la leva fiscale sulle società di capitale, le rendite finanziarie, i profitti, il capital gain e i grandi patrimoni, affinché si potesse dirottare tale accumulazione di ricchezza verso il reddito garantito e la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro.

E, commento di Luciano Vasapollo ² : «E’ per questo che oggi va riproposta una battaglia europea dell’intera classe dei lavoratori, occupati e non occupati, garantiti e non, come momento centrale della iniziativa legata alla riproposizione verticale dei conflitti sociali a partire dalla distribuzione sociale dell’accumulazione del capitale determinata da forme sempre più sofisticate di sfruttamento del lavoro, da quegli incrementi di produttività, che in ultima analisi altro non sono che ricchezza sociale generale complessivamente prodotta. Si propone così una iniziativa politica a livello europeo sulla salvaguardia e rivendicazione di distribuzione a tutti i lavoratori, occupati e non, dell’intero spettante salario sociale prodotto come classe, tralasciando le richieste corporative basate sul salario individuale e sulle forme di elargizione caritatevole di “soccorso agli esclusi».

E, parole di Alejandro Valle Baeza ³ : «Il neoliberismo non è un percorso erroneo intrapreso dal capitalismo, è la forma che il capitalismo ha trovato, alla fine degli anni ’70, per svilupparsi meglio e che ha funzionato molto bene per questi fini. Il keynesismo è stata una via efficace per gli stessi fini della teoria neoclassica che propugnava il neoliberismo e che smise di esserlo e per questo le classi dominanti la rifiutarono, molte volte in modo poco educato, fino a diventare brutale. Sempre alcune misure keynesiane sono possibili e convenienti per alleviare la fine a lungo termine: la difesa della proprietà privata e del capitalismo. La crisi economica non è la malattia, lo è il capitalismo. La crisi è un sintomo di questa terribile e mortale malattia che è diventato il capitalismo. Curiamoci fintanto che abbiamo tempo; per questo dovremo lottare con una memoria solidale con tutte le forze anticapitaliste e apprendere da queste senza arroganza».

E, parole di Alessandro D’Antone 4 : «Assistiamo giorno dopo giorno ad una precarizzazione effettiva del vivere, caratterizzato mai come ora dall’incertezza nel pianificare il proprio futuro e dall’erosione costante dei diritti sociali e politici, attraverso un vero e proprio sfruttamento dell’uomo sull’uomo e alla cosiddetta estrazione di plusvalore, fondamento ultimo del perpetrarsi dell’ordinamento capitalista, coperti da una maschera ideologica che dipinge tale condizione come carica di tutte quelle caratteristiche di creatività e socialità che una vita improntata ad una “moderna flessibilità” reca con sé; come se la mercificazione del lavoro, la reificazione dei rapporti umani (quel feticismo delle merci per cui i rapporti tra persone si tramutano in rapporti tra cose), accompagnate dallo smantellamento compulsivo, nella sola ottica del profitto individuale, dei diritti sociali, siano collegate a quella frenesia che però è presentata come libera, emancipata, quasi artistica, tipica di quella modernità in cui la cifra costante del liberismo diviene sinonimo di libertà».

«A livello macrostrutturale, viviamo si può dire in un’epoca di decadenza senile del capitalismo a livello internazionale – nell’epoca della globalizzazione non potrebbe essere altrimenti -, e i segni di tale decadenza sono tangibili: sappiamo che il capitalismo ha come tratto distintivo lo sviluppo esteso delle forze produttive, ma tale sviluppo ora si è inesorabilmente arrestato nei paesi a capitalismo avanzato – il mondo occidentale – limitandosi a quelle economie emergenti, quali l’India e soprattutto la Cina, il cui ruolo nello sviluppo dell’economia è stato a lungo sottostimato dagli economisti, proprio perché si tratta di paesi assai esposti alle crisi; il solo pensare ad un’economia mondiale retta da tali paesi, avrebbe fatto tremare chiunque appena dieci anni fa, mentre ora paradossalmente è proprio in tali economie emergenti che si ripongono le maggiori speranze per salvare un sistema che già è avviato verso una vera e propria recessione. Tali vincoli economici portano naturalmente al sovrasfruttamento dei beni comuni, razionale per il singolo ma irrazionale per la società, che conduce inevitabilmente ad una relazione insostenibile tra l’individuo e il suo ambiente di riferimento, considerato come mero strumento piuttosto che come contesto vitale di co-evoluzione».

«A partire dal socialismo scientifico, viene da sé che il ruolo del proletariato non è determinato soggettivamente, come sostenevano Duhring e gli utopisti, bensì dalla stessa logica della produzione capitalistica, che da un lato impoverisce i lavoratori, ma dall’altro, accentuando il divario tra produzione individuale e produzione sociale… “…Prima della produzione capitalistica … (nel Medioevo c’era) la piccola produzione … (qui) i lavoratori avevano la proprietà privata dei loro mezzi di produzione … . I mezzi di lavoro, terra, attrezzi agricoli, laboratori, utensili, erano … individuali, quindi necessariamente … limitati. […] Concentrare questi mezzi di produzione …, estenderli, trasformarli nelle leve … della produzione attuale: questa è stata precisamente la funzione storica del modo di produzione capitalistico e della classe che lo rappresenta, la borghesia…” …finisce con l’affermare la centralità della classe operaia nella produzione e quindi prepara da sé i mezzi per il proprio superamento».

«A questo punto la critica engelsiana si concentra sul carattere anarchico ed irrazionale del capitalismo, che spreca risorse ed è destinato a provocare crisi cicliche di sovrapproduzione; nonostante la classe dominante, in uno dei più spudorati slanci di falsa coscienza dei nostri tempi, si ostini ad affermare l’insensatezza di tale tesi prodigandosi nel continuo affermare la fine di un fenomeno che invece si presenta ciclicamente, l’alternanza di boom e recessione resta una costante, e la ragione di tutto questo è esaustivamente spiegata da Marx nel Capitale, riassumibile nella contraddizione tra la produzione, di stampo sociale, e l’appropriazione, di natura privata.

In tale prospettiva, si avanza l’ipotesi che il comunismo, lungi dall’essere una tendenza culturale come di recente si è sentito dire da illuminati esponenti del movimento operaio italiano, sia in realtà un movimento reale dei lavoratori, che agisce soggettivamente attraverso la lotta di classe per accelerare il carattere oggettivo delle contraddizioni del capitalismo. E’ evidente che tale visione abbracci una prospettiva materialista intrinsecamente dialettica: il rapporto che sussiste tra l’intervento umano e le circostanze storiche è attivo e dinamico, a differenza del rigido determinismo meccanicista, e questo è ancora più vero alla luce dell’impegno profuso da Marx ed Engels nella costruzione della prima internazionale, ovvero del fattore soggettivo (dalle tesi su Feuerbach: “…i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo, si tratta ora per noi di trasformarlo…”)».

1 Alan Woods – (Swansea, 1944) è un politico e saggista britannico, dirigente della Tendenza Marxista Internazionale , in Italia rappresentata da FalceMartello , componente dell’ala sinistra di Rifondazione Comunista.

2 Luciano Vasapollo – Docente di Statistica Aziendale (DIP) e di Economia Aziendale della facoltà di Scienze Statistiche, Università “La Sapienza”, Roma. Direttore Scientifico Centro Studi Trasformazioni Economico-Sociali (CESTES-PROTEO)

3 Alejandro Valle Baeza – Economista, professore titolare all’università UNAM – Messico

4 Alessandro D’Antone – Mio figlio (Dialectical Outlook)

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