Riflessi lenti


Riflessi lenti

A Fresh New Rain © Joseph Dannels

L’altro ieri mi è capitato di vedere un uomo portato in catene da tre guardie penitenziarie, in ospedale, in neurologia d’urgenza.

Mi era già capitato di assistere ad un episodio simile, una quindicina d’anni fa, in tribunale mentre attendevo tra un’udienza penale e l’altra di rendere la mia testimonianza.

Quella volta vidi introdurre nel recinto degli imputati una giovane donna in evidente stato di gravidanza, condotta da due carcerieri che la stringevano tra loro, con ceppi ai polsi e due catene al guinzaglio.

Ricordo che tutti noi: il pubblico, gli avvocati, i praticanti, la stenografa, i cancellieri e anche il giudice, ammutolimmo come storditi dalla scena.

E il tempo si fermò. Come nel film matrix. Per poi riprendere in slow motion alle parole dette al microfono dal presidente, con tono emozionato: «direi che possiamo toglierle i ceppi!»

Tanto era surreale la situazione che i due energumeni, forse ottenebrati dagli sguardi che li puntavano come bestie rare e forse sordi per via della barriera antisfondamento della gabbia, si decisero a liberare i polsi della donna solo dopo che un carabiniere aveva già cominciato a gesticolare, quasi correndo verso di loro.

Ricordo anche che la donna era difesa con “gratuito patrocinio”, e fu subito condannata perché innegabilmente sorpresa a rubare.

Ma guarda il caso, il successivo fascicolo esaminato dal giudice narrava di un imputato per ripetuti assegni a vuoto, per forti somme e nei confronti di molteplici soggetti creditori. L’imputato non era però nella gabbia e neppure era presente in aula.  E’ bastato il suo avvocato a farlo rapidamente assolvere, perché il pubblico ministero aveva confuso il numero dell’articolo sanzionatorio.

E già. Volete mettere la gravità, la barbara violenza e l’allarme sociale provocati dalla zingarella, che di nascosto ti entra anche in casa, al confronto di chi invece ti ruba un sacco di soldi, ma a viso aperto e brillantemente armato di una penna: coglione tu che ti sei fidato e la prossima volta non accettare assegni dagli sconosciuti!

E difatti,  emettere assegni a vuoto non costituisce più reato sin dal 1999.

Ecco che dopo tanti anni da quell’episodio, seduto con mia moglie davanti a quell’ambulatorio d’ospedale in attesa del mio turno, un questurino in avanscoperta, bussa, si affaccia dentro, e fa presente l’urgenza della sua missione.

Con evidente impazienza nel dover richiudere la porta del medico impegnato, la guardia telefona quindi ai suoi colleghi, istruendoli sul percorso da fare per arrivare da lui che li sta aspettando. Prima di chiudere la telefonata concordano di non salire fino a quando non avrebbero avuto il via libera dal loro collega in avanguardia.

Nel frattempo due tecnici stanno “sminchiando” uno dei due ascensori e ci tengono compagnia con siparietti del tipo: «Giovà! Cihaittelefono d’ospetale?» Urlato a quello di sopra che impelagato nel suo lavoro e negli stridii delle pulegge, risponde: «Non ti sento!» A quello di sotto, che ci riprova gridando e scandendo meglio: «Gio…và …ci…hai…itte…lefono …d’ospe…tale?» «Seee!» Risponde quell’altro al nostro, che soddisfatto dice: «Devi telefonare all’ospetale e dirci che noi siamo qui che stiamo lavorando sull’ascensore che loro dicono che perché è fermo e non funziona»:  cercando di fare l’indifferente dopo che ha maldestramente rovesciato a terra il contenuto della cassetta degli attrezzi.

Si apre infine la porta dell’ambulatorio e tra rondelle, faston e fusibili non ancora raccolti dall’operaio, la coppia di anziani responsabili della prolungata attesa dei secondini, esce.

Finalmente “il palo” può dare il segnale atteso dai compari parcheggiati giù, nello spazio riservato alle ambulanze del pronto soccorso.

Dopo un po’ ecco che si apre l’ascensore stipato da 3 guardie, che dopo averne guadagnato a fatica l’uscita fanno intravvedere tra loro un omino.

Sarà stato alto non più di un metro e sessanta e il suo peso non credo superasse i 50 chili.

Il tremolio costante della sua testa e della bocca, aperta. Lo sguardo perso e … un corto guinzaglio, che vincola le sue manette al “bestio” più grosso e che gli permette di trascinare passi corti pochi centimetri, come se anche le caviglie fossero legate da una catena immaginaria.

Il “palo” va giù e gli altri si infilano nell’ambulatorio, per un periodo forse breve ma soggettivamente indefinito.

Nessuno proferisce parola. Persino gli operai dell’ascensore smettono di “trampellare” e si guardano intorno, muti: frugandosi lentamente e distrattamente le tasche e le cassette degli attrezzi.

Si riapre la porta, ne escono i carcerari e si fermano lì, a telefonare forse al collega che gli deve dare l’okay per scendere.

Il ragazzo dallo sguardo vuoto e col viso da topino scosso dal tremore è sempre legato a loro, con manette e guinzaglio.

Esce la dottoressa e chiama il mio nome.  Mia moglie è già lì.  Ed entrambe mi guardano un po’ stranite dai miei riflessi lenti.

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