Violazioni alla Lomè. Lieto fine per gli importatori


Violazioni alla Lomè. Lieto fine per gli importatori

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Le decisioni della Commissione europea su richieste di sgravio o di rimborso dei dazi, ai sensi dell’art. 899 e seguenti del Reg. CEE 2454/1993, hanno una valenza circoscritta ai singoli casi costituendo una eccezione al normale regime delle importazioni. Inoltre, l’art. 908, co.3, (nel testo modificato dal Reg.CEE 1335/2003) stabilisce che “Quando la decisione di cui all’articolo 907 stabilisca che la situazione particolare esaminata giustifica la concessione del rimborso o dello sgravio, la Commissione può, alle condizioni da essa determinate, abilitare gli Stati membri a rimborsare o abbuonare i dazi quando si sia in presenza di elementi di fatto e di diritto comparabili”.

1° parte: il contenzioso nato da indagini effettuate dalla Commissione Europea – O.L.A.F. (Office Européen de Lutte Anti-Fraude – Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode) in Ghana insieme alle Amministrazioni doganali di Francia e Regno Unito. La missione aveva fatto emergere attività fraudolente, in violazione della definizione di “prodotti originari” contenuta nel Protocollo 1, art. 26, della Convenzione di Lomè.

Inammissibilità del ricorso avverso l’avviso suppletivo e di rettifica.

Va preliminarmente eccepita l’inammissibilità, in questa sede, dell’impugnativa dell’avviso di pagamento avverso il quale l’attuale ricorrente non ha proposto impugnazione.

Invero, nel sistema del contenzioso tributario ogni atto autonomamente impugnabile, ancorché derivante dallo stesso procedimento impositivo deve essere impugnato solo per i vizi propri (art. 19, D.lgs. 546/92), nel termine di 60 giorni dalla notificazione (art. 21, D.lgs. 546/92).

Ne deriva il consolidamento degli effetti dell’avviso in parola.

Legittimità del recupero dei dazi ed infondatezza del preteso difetto di motivazione.

Il provvedimento emesso da questo Ufficio appare perfettamente idoneo a fornire all’interprete tutti gli elementi per la ricostruzione dell’iter logico che è stato posto alla base dell’atto, avendo in esso indicato sia i presupposti di fatto che le ragioni di diritto.

Esso soddisfa l’obbligo della motivazione perché riporta inoltre, e con chiarezza, sia i presupposti normativi per il recupero dell’obbligazione doganale sia i dati attinenti alla rettifica delle bollette doganali, con la corrispondente liquidazione del dazio e dei relativi interessi; ponendo il debitore in grado di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali e, quindi, di poterne contestare efficacemente l’ “an” ed il “quantum”.

Dalla lettura del primo motivo di gravame posto dall’avverso ricorso si evince illogicità nel voler trasporre, e così travisare, la frode segnalata dalla Commissione europea con l’inesistente vizio del difetto di motivazione dell’atto impugnato che tale segnalazione pur riporta nel preambolo.

Meramente esplorativa appare la sollevata eccezione del difetto di motivazione dell’atto impugnato perché viene sostenuta da controparte esclusivamente con la contestazione dei risultati di quell’attività antifrode condotta dalla Commissione europea che non ha alcun obbligo di fornire ogni dettaglio dell’intera sua attività ispettiva condotta in Ghana. E non può evidentemente essere invocata in sostituzione delle vere ragioni legittimanti il recupero a posteriori dei diritti doganali elusi che, si ripete, poggiano sui risultati del controllo a posteriori tra gli uffici doganali, italiano e ghanese – posto in essere dopo la notizia dell’avvenuta cooperazione amministrativa tra la Comunità europea e gli Stati ACP (di cui fa parte il Ghana) – e il cui esito è stato anche sottoposto al vaglio peritale nel corso del sub-procedimento della revisione di accertamento richiesto e ottenuto dal debitore oggi parte attrice di questo processo.

Del resto, la contestazione dei risultati dell’attività antifrode condotta dalla Commissione europea che, tra l’altro, non ha alcun obbligo di fornire ogni dettaglio dell’attività ispettiva condotta, né di informare gli operatori delle possibili frodi cui vanno incontro,  non è utile a censurare l’atto impugnato.

Esso, come già ricordato si basa sull’applicazione dell’art. 122 del Reg. CEE 2454/1993 (norma ripetuta dalla Convenzione di Lomé) secondo cui l’autorità doganale del Paese d’importazione non può riconoscere l’origine dichiarata né il trattamento tariffario preferenziale (provvisoriamente concesso) e deve provvedere all’applicazione del dazio pieno qualora non riceva alcuna conferma relativamente all’autenticità dei certificati EUR-1, entro 10 mesi dall’invio al controllo a posteriori.

Per la palmare constatazione dell’infondatezza di quanto ex adverso asserito, basta il medesimo dato letterale del citato art.26 della Convenzione di Lomé ove recita: “1. Il controllo a posteriori dei certificati di circolazione delle merci EUR.1 e dei formulari EUR.2 viene effettuato per sondaggio ed ogni qualvolta le autorità doganali dello Stato d’importazione nutrano fondati dubbi sull’autenticità del documento o sulla esattezza delle informazioni riguardanti la reale origine delle merci in questione”.

La “missione comunitaria” non è servita solamente per scoprire le infrazioni al protocollo 1 della Quarta Convenzione di Lomé ma è stata attuata dalla Commissione europea nel quadro della cooperazione amministrativa tra la CE e la Repubblica del Ghana sulla base di preesistenti fondati sospetti di infrazioni ai criteri di ammissibilità al trattamento preferenziale dei prodotti finiti (Protocollo 1 – relativo alla definizione di <<prodotti originari>> e ai metodi di cooperazione amministrativa) della Quarta Convenzione ACP-CEE firmata a Lomé il 15 dicembre 1989 – Gazzetta ufficiale n. L 229 del 17/08/1991 pag. 0003 – 0280 –  conclusa con decisione del Consiglio 91/400 del 25.2.1991 (GUCE L 229 del 17.8.1991) – Come da nuovo accordo di partenariato nella cooperazione tra i paesi ACP e l’Unione europea firmato a Cotonou il 23 giugno 2000 – Gazzetta ufficiale L 317 del 15.12.2000 –  Misure transitorie applicabili fino al 1° agosto 2000 prorogate dalla decisione n. 1/2000 del Consiglio dei Ministri ACP-CE del 27 luglio 2000 – GU L 195 del 1.8.2000 – Il cui allegato, concernente tali misure transitorie applicabili dal 1° marzo 2000, è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale L 217 del 26 agosto 2000).

Dopo l’esito di tale cooperazione amministrativa, sinteticamente segnalata alle amministrazioni doganali dei Paesi membri unitamente alla lista di tutti i certificati EUR-1 già presentati agli uffici doganali comunitari allo scopo di recuperare i diritti elusi, gli uffici doganali italiani interessati hanno richiesto nuove verifiche di ogni singolo certificato all’autorità doganale ghanese al fine di stabilire se ognuno di essi fosse falso, falsificato o semplicemente non valido per la concessione del trattamento tariffario preferenziale  (Art. 32 – Verifica delle prove dell’origine – 1. Il controllo a posteriori delle prove dell’origine è effettuato per sondaggio o ogniqualvolta le autorità doganali del paese di importazione abbiano fondati motivi di dubitare dell’autenticità dei documenti, del carattere originario dei prodotti in questione o dell’osservanza degli altri requisiti del presente protocollo) e così poter assolvere al proprio onus probandi in sede di azione di recupero dei diritti doganali elusi.

Qualora i termini, per la risposta dell’autorità doganale dello Stato d’esportazione, previsti dal citato articolo 32 – dell’allegato alla decisione n. 1/2000 del Consiglio dei Ministri ACP-CE del 27 luglio 2000 – nuova fase nella cooperazione tra i paesi ACP e l’Unione europea iniziata con la firma della prima convenzione di cooperazione (Convenzione di Yaoundé) nel 1964 e proseguita con le quattro convenzioni di Lomé, l’ultima delle quali è scaduta il 24 febbraio 2000 – trascorrano inutilmente oppure la risposta non fosse sufficientemente esaustiva, l’ufficio doganale, che aveva accettato la dichiarazione e che aveva quindi mandato al controllo a posteriori i certificati in questione, procede immediatamente al recupero dei diritti elusi ai sensi dell’art. 78 Reg. CEE 2913/1992 (CDC) e dell’art. 11, co. 5, del D.l.vo n.374/1990 senza che sia richiesta alcuna ulteriore indagine.

In tal senso depone chiaramente il punto 6 della decisione citata: (punto 6. Qualora, in caso di ragionevole dubbio, non sia pervenuta alcuna risposta entro dieci mesi dalla data della richiesta di controllo o qualora la risposta non contenga informazioni sufficienti per determinare l’autenticità del documento in questione o l’effettiva origine dei prodotti, le autorità doganali che hanno richiesto il controllo li escludono dal trattamento preferenziale, salvo circostanze eccezionali).

Pple 123 Hand in hand © Fernand Hick

Pple 123 Hand in hand © Fernand Hick

Inammissibilità della domanda per difetto delle condizioni dell’azione di sgravio a posteriori ed in particolare della legittimazione attiva. Comunque insussistenza della dedotta eccezione di applicabilità dell’art. 220, paragrafo 2, lett. b) del Codice Doganale Comunitario alla fattispecie per cui è causa.

Con la sua prima questione del terzo motivo dedotto in ricorso, parte attrice chiede in sostanza se sia legittimo imporre a un operatore, che agisca in buona fede e faccia uso di una normale diligenza, il pagamento di dazi doganali divenuti esigibili a causa di un’irregolarità di cui ignorava l’esistenza.

Ma anche queste argomentazioni risultano in conferenti.

E’ utile intanto evidenziare l’irrilevanza del fatto che il dichiarante abbia agito in buona fede e in modo diligente, ignorando un’irregolarità da cui è derivata la mancata riscossione di dazi che avrebbe dovuto pagare se tale irregolarità non fosse stata commessa; è irrilevante per la sua qualità di debitore, risultante esclusivamente dagli effetti giuridici connessi alla formalità della dichiarazione.

Invero, l’art. 201 del CDC così dispone: “1. L’obbligazione doganale all’importazione sorge in seguito: a) all’immissione in libera pratica di una merce soggetta a dazi all’importazione, oppure b) al vincolo di tale merce al regime dell’ammissione temporanea con parziale esonero dei dazi all’importazione. 2. (…) 3. Il debitore è il dichiarante. In caso di rappresentanza indiretta è parimenti debitrice la persona per conto della quale è presentata la dichiarazione in dogana. Quando una dichiarazione in dogana per uno dei regimi di cui al paragrafo 1 è redatta in base a dati che determinano la mancata riscossione, totale o parziale, dei dati dovuti per legge, le persone che hanno fornito detti dati necessari alla stesura della dichiarazione, e che erano o avrebbero dovuto ragionevolmente essere a conoscenza della loro erroneità, possono parimenti essere considerate debitori conformemente alle vigenti disposizioni nazionali”.

Occorre a questo punto evidenziare che l’invocato art.220 CDC tratta della contabilizzazione dei dazi già divenuti esigibili e quindi di obbligazioni pecuniarie ormai certe, liquide ed esigibili che debbono essere appunto contabilizzate entro due giorni dalla liquidazione debitamente notificata al debitore (avviso di rettifica qui impugnato) oppure non contabilizzate per la sussistenza delle condizioni del paragrafo 2 del medesimo art.220.

La contabilizzazione è pertanto attività amministrativa interna, avente rilievo sul piano dei rapporti tra Stato e Comunità,  e non introduce alcuna posizione giuridicamente rilevante in capo al debitore dell’obbligazione doganale.

Dal medesimo dato letterale della norma qui in esame, la non contabilizzazione è permessa solo su un’obbligazione previamente costituita ma già estinta per l’intervenuto sgravio concesso dopo aver verificato la sussistenza dei requisiti posti dalla medesima norma comunitaria: dopo quindi che l’esistenza di tali ragioni sia stata provata dal debitore, con apposita istanza di sgravio.

Basta, al riguardo leggere l’art.233 del CDC ove dispone che l’obbligazione doganale si estingue: a) con il pagamento dell’importo dei dazi; b) con lo sgravio dell’importo dei dazi; c) … dichiarazioni invalidate o merci confiscate oppure distrutte o disperse …; d) … merci irregolari sequestrate…

E’ evidente quindi come, affinché l’obbligazione doganale ormai certa, liquida ed esigibile, possa non essere contabilizzata a posteriori per il verificarsi delle condizioni dell’invocato paragrafo 2 dell’articolo 220 CDC, deve risultare già estinta mediante, ad esempio, lo sgravio previsto dalla lett. b), 1° co., art. 233 CDC.

Lo sgravio dei dazi doganali è regolamentato dagli artt. 235-242 del CDC. Ai sensi dell’art. 239, n.2, di quest’ultimo, qualsiasi sgravio dei dazi doganali deve costituire l’oggetto di una richiesta presentata all’ufficio doganale interessato entro dodici mesi dalla data della comunicazione al debitore dei predetti dazi. Tuttavia, in casi eccezionali debitamente giustificati, l’autorità doganale può autorizzare il superamento di tale termine.

Gli artt. 877 – 912 del Regolamento CEE 2454/93 (G.U. L 253 dell’11 ottobre 1993), oggi modificati dal Reg.CEE 25.7.2003 n. 1335 (G.U. L 187 del 26.7.2003), dispongono sulle modalità di applicazione della procedura di sgravio che deve, tra l’altro, essere compilata sul formulario conforme al modello e alle disposizioni figuranti nell’allegato 111 e la cui decisione spetta comunque alla Commissione europea qualora l’importo superi, come nel caso per cui è questione, 50.000 Euro.

Orbene, tale domanda di sgravio non è stata a tutt’oggi presentata e i dodici mesi dalla notifica dell’atto qui impugnato sono ormai scaduti.

Le decisioni della Commissione europea su richieste di sgravio o di rimborso dei dazi, ai sensi dell’art. 899 e seguenti del Reg. CEE 2454/1993, hanno una valenza circoscritta ai singoli casi costituendo una eccezione al normale regime delle importazioni. Inoltre, l’art. 908, co.3, (nel testo modificato dal Reg.CEE 1335/2003) stabilisce che “Quando la decisione di cui all’articolo 907 stabilisca che la situazione particolare esaminata giustifica la concessione del rimborso o dello sgravio, la Commissione può, alle condizioni da essa determinate, abilitare gli Stati membri a rimborsare o abbuonare i dazi quando si sia in presenza di elementi di fatto e di diritto comparabili”. A tutt’oggi, relativamente ad importazioni di tonno dal Ghana, non ci sono state pronunce della Commissione che abbiano concesso la suddetta abilitazione.

L’esistenza di un diritto di credito (lo sgravio) nei confronti dell’amministrazione convenuta (prima condizione di esistenza dell’azione di rimborso o di sgravio) non può quindi essere invocato da controparte che non possiede la necessaria legittimazione attiva per la domanda che oggi rivolge al giudice tributario.

Spice_in_Istanbul_by_euancraine
Spice in Istanbul by euancraine

2° parte: la Commissione europea accorda lo sgravio ad un operatore portoghese e abilita tutti gli Stati membri a fare altrettanto in presenza di elementi di fatto e di diritto rigorosamente comparabili al caso deciso in sede comunitaria.

Avendo controparte, con l’ultimo motivo di ricorso, lamentato pure l’implicita espressione di una richiesta di sgravio in Italia perché, a suo dire, Stato membro già abilitato dalla Commissione europea ad abbuonare i dazi, è dovere di questo ufficio resistente – ad integrazione delle deduzioni già formulate e dei relativi documenti già prodotti nella comparsa di costituzione nel presente grado di giudizio – richiamare l’attenzione di codesto onorevole Collegio giudicante e dell’egregio difensore di parte attrice sulla pronuncia resa dalla Commissione europea con decisione n. 5781 del 02/12/2006 (REM 06/2005) pervenuta a questo ufficio il 19 febbraio 2007 quindi posteriormente alla data di costituzione in questo Giudizio.

Tale decisione, adottata a seguito di un’istanza presentata da un operatore portoghese ai sensi dell’articolo 239 del Codice doganale comunitario, nell’accordare lo sgravio dei dazi all’importazione di partite di conserve di tonno provenienti dal Ghana, ha altresì abilitato tutti gli Stati membri ad accordare analogo provvedimento di rimborso o sgravio dell’importo dei dazi in questione in presenza di elementi di fatto e di diritto rigorosamente comparabili al caso deciso in sede comunitaria

In particolare, le operazioni di importazione per la cui esclusione dal trattamento tariffario preferenziale questo Ufficio aveva emesso l’avviso di accertamento suppletivo e di rettifica oggi impugnato, sembrano riguardare il medesimo periodo temporale coperto dalla missione comunitaria dell’apposito organo di vigilanza antifrode della Commissione europea – riservatamente segnalata dall’unità centrale antifrode di Roma – e, nel contempo, sembrano non risultare prove di frode o manifesta negligenza a carico del nostro importatore.

Alla luce e per effetto di tale disposta novella che abilita l’Italia e quindi questa Amministrazione doganale ad istruire l’eventuale istanza di sgravio presentata ai sensi dell’art.239 C.D.C., l’Agenzia delle Dogane intende iniziare il procedimento amministrativo di istruzione della richiesta di sgravio anche se solo implicitamente avanzata dall’operatore; in tal senso accogliendone l’implicita espressione di volontà contenuta sia nel già definito sub-procedimento di accertamento in controversia doganale e sia nel presente processo tributario.

Si chiede pertanto che la pubblica udienza già fissata il giorno 06 giugno 2007 alle ore 09:00 per la trattazione del ricorso venga rinviata di almeno 6 mesi onde consentire a questa Amministrazione di accertare la comparabilità in fatto e in diritto delle operazioni di importazione in questione (quali, ad esempio: merci pescate da imbarcazioni appartenenti alle compagnie indicate nel rapporto redatto a seguito della missione comunitaria del 2000 nonché dalle imbarcazioni enumerate nell’elenco stilato a seguito della riunione del 16 maggio 2002 tra le autorità del Ghana e l’OLAF. Considerato il rifiuto delle competenti autorità ghanesi a firmare il rapporto della missione comunitaria e il rifiuto a revocare i certificati di origine che esse avevano rilasciato anche per i pescherecci appartenenti alle imprese che non rispondevano ai criteri di origine previsti dall’articolo 2 del Protocollo n. 1 della Convenzione di Lomé IV).

Questo ufficio ritiene che il rinvio dell’udienza di trattazione possa risultare utile anche per l’economia del processo potendosi addivenire alla rinuncia alla pretesa di carattere sostanziale fatta valere nei confronti del contribuente e quindi all’estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere.

Si produce copia integrale della Decisione del 1-12-2006 della Commissione delle Comunità Europee (Request submitted by Portugal) (REM 06/05) rinvenibile, in lingua inglese.

3° parte: lieto fine e cessata materia del contendere

L_O_V_E by LullabyOfLilly

L_O_V_E by LullabyOfLilly

Per gli effetti della pronuncia resa dalla Commissione europea con decisione n. 5781 del 02/12/2006 (REM 06/2005) – prodotta da questo ufficio resistente al fine del rinvio a nuovo ruolo disposto con Ordinanza di codesta Ecc.ma Commissione N° 110/02/07 depositata il 06/06/2007 – è nostro ulteriore dovere richiamare l’attenzione, di codesto onorevole Collegio giudicante e dell’egregio difensore di parte attrice, sul provvedimento di sgravio dei dazi doganali adottato dal competente Direttore Regionale al termine del procedimento istruito in accoglimento dell’implicita istanza avanzata da controparte.

Nel ripercorrere brevemente la vicenda si ricorda che, a seguito di un’istanza presentata da un operatore portoghese ai sensi dell’articolo 239 del Codice doganale, la depositata pronuncia della Commissione europea ha accordato lo sgravio dei dazi su conserve di tonno provenienti dal Ghana ed ha altresì abilitato tutti gli Stati membri ad istruire e decidere le istanze in presenza di elementi di fatto e di diritto rigorosamente comparabili al caso deciso in sede comunitaria.

Per il caso specifico per cui è questione, l’Italia e questa Amministrazione doganale sono state quindi abilitate, per effetto di tale disposta novella procedurale, ad istruire l’eventuale istanza di sgravio presentata ai sensi dell’art.239 C.D.C.

In particolare, le operazioni di importazione per la cui esclusione dal trattamento tariffario preferenziale questo Ufficio aveva emesso l’avviso di accertamento suppletivo e di rettifica poi impugnato, sembravano avvenute senza frode o manifesta negligenza a carico del nostro importatore e riguardare il medesimo periodo temporale coperto dalla missione comunitaria dell’apposito organo di vigilanza antifrode della Commissione europea (riservatamente segnalata con INF AM 80/95 trasmessa il 13.9.2000 dall’unità centrale antifrode di Roma).

Pur in assenza della necessaria istanza di sgravio, l’Agenzia delle Dogane ha però ritenuto accoglierne l’implicita espressione di volontà, già contenuta nel definito sub-procedimento di accertamento in controversia doganale, ed ha pertanto autonomamente istruito il conseguente procedimento amministrativo necessario ad accertare la presenza degli elementi di fatto e di diritto rigorosamente comparabili al caso deciso in sede comunitaria.

Come già rivelato nell’esordio della presente memoria, la Direzione regionale delle dogane ha infine emesso il provvedimento di sgravio e, conseguentemente, questo ufficio resistente ha revocato in autotutela l’atto impugnato in questo processo tributario: così notificando la rinuncia sostanziale alla pretesa fatta valere nei confronti del contribuente.

Ricordando però che l’accennata decisione della Commissione europea è pervenuta a questo ufficio il 19 febbraio 2007 e pertanto in data posteriore alla costituzione in questo Giudizio, risulta evidente come l’odierna autotutela non sia servita a riparare ad alcun errore dell’Autorità doganale italiana o rimediare alcun vizio dell’atto impugnato.

Per tabulas – come limpidamente dimostra la scansione temporale dei fatti testimoniati dai documenti prodotti – l’odierna autotutela non è quindi servita per rimediare ad alcun vizio dell’atto impugnato ed è stata doverosamente adottata nel preminente interesse di garantire ad ogni contribuente la corretta applicazione delle norme tributarie.

La trasparenza e l’imparzialità dell’azione amministrativa è del resto pienamente dimostrata da questo ufficio nell’aver immediatamente acquisito al fascicolo processuale la pronuncia della Commissione europea nel frattempo intervenuta e dall’aver subito iniziato l’esame delle condizioni poste dal codice doganale comunitario al fine di accordare lo sgravio mai ritualmente richiesto da controparte.

L’evidente legittimità dell’azione amministrativa viene evidenziata per prevenire infondate azioni risarcitorie in violazione del principio del neminem laedere tutelato dall’art. 2043 c.c. ma anche per precedere ingiuste condanne alle spese di giudizio in applicazione della soccombenza virtuale: ritenendo che la dichiarata incostituzionalità (cfr. sentenza della Corte Costituzionale, 12 luglio 2005, n. 274) dell’art. 46, comma 3 del D.Lgs  n. 546/1992 – laddove disponeva la compensazione ope legis delle spese nel caso di cessazione della materia del contendere – ha senz’altro ribadito il principio di responsabilità per le spese del giudizio ma certamente non ha escluso la possibile compensazione delle stesse in presenza di giusti motivi.

P.Q.M. Si chiede che venga dichiarata la cessazione della materia del contendere e la compensazione delle spese.

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