Al Dievel


Al Dievel …Il mio pensiero va ai miei compagni caduti perché l’Italia fosse migliore…

Lé propria al dievel: Germano Nicolini, Fabbrico (RE) 1919, medaglia d’argento al valor militare:

‘ero in bicicletta, disarmato, in una zona che credevo sicura. I tedeschi sbucarono da un argine. Mi buttai giù e corsi zigzagando tra gli alberi, mentre quelli sparavano all’impazzata. Da una finestra due sorelle, nostre staffette, esclamarono “le propria al dievel” (“è proprio il diavolo”)’

Istoreco - Archivio Fotografico

Istoreco – Archivio Fotografico

Se volete voi andare in pellegrinaggio
andate nei luoghi dove è nata la nostra Costituzione,
andate nelle montagne dove caddero i partigiani,
nelle carceri dove furono imprigionati,
nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità.
Andate lì o giovani, col pensiero.

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(Modena City Ramblers – Album: Appunti Partigiani) “…Noi sognavamo un mondo diverso, un mondo di libertà, un mondo di giustizia, un mondo di pace e un mondo di fratellanza e di serenità. Ho 85 anni, da allora ne sono passati sessanta e purtroppo questo mondo non c’è… E allora riflettete, ragionate con la vostra testa e continuate la nostra lotta…” (Germano Nicolini, alla fine di ‘Al  Dievel’)

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Al Dievel (Modena City Ramblers) (Ombremosse)

La canzone è dedicata a Germano Nicolini, detto “il comandante Diavolo”, prima comandante partigiano e poi, subito dopo la guerra, sindaco comunista di Correggio (RE).

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Al Dievel (il diavolo) – Modena City Ramblers – lingua: italiana – dialetto: modenese – Prima versione nell’album “La Grande Famiglia” (1996) – Testo di Massimo Ghiacci – Musica di Massimo Ghiacci e Alberto Cottica – Al Dievel con il Coro delle Mondine di Novi. Nuova versione inserita nell’album “Appunti Partigiani” su Antiwarsongs – Canzoni contro la guerra)

In dla basa svein a Curès andom a pianter di èlber.  Dop sinquant’an e des ed galera un om l’è ste tolt dal fang.  E tòti cal pianti ch’i posen servir a der a c’l om là al respir.  C’al posa campèr duseint an incàra, una volta lèber dal suspet.  C’al veint e i usèe i posen purter luntan al paroli ed la veritèe, c’as sapia in gir che c’l om là l’è ste un dievel sol p’r i tedèsc.  E adèsa c’a sòmm in dal dumèla e a s’va incàra a tac a sta storia cuntela bein ai vostr anvòo la vicenda del Comandante Diavolo.  Un om chi an vlùu a tut i cost cundanèr, perché l’era un esèmp per chi èter.  A gh’è ches cl’ava pèrs quel in dal cor, ma mai dal partigian al curàg.  C’al veint e i usèe i posen purter luntan al paroli ed la veritèe, c’as sapia in gir che c’l om là l’è ste un dievel sol p’r i tedèsc.

Nella bassa vicino a Correggio andiamo a piantare degli alberi. Dopo quarant’anni e dieci di galera un uomo è stato tolto dal fango. E tutte quelle piante che possano servire a dare a quell’uomo il respiro. Che possa vivere ancora duecento anni, una volta libero dal sospetto. Che il vento e gli uccelli possano portare lontano le parole della verità, che si sappia in giro che quell’uomo è stato un diavolo solo per i tedeschi. E se poi qualcuno dopo il duemila tornerà ancora su questa storia raccontatela bene ai vostri nipoti la vicenda del comandante diavolo. Un uomo che ha preso le colpe di un altro perché non ha voluto fare la spia può darsi che abbia perso qualcosa dentro il cuore, ma mai del partigiano il coraggio. Che il vento e gli uccelli possano portare lontano le parole della verità, che si sappia in giro che quell’uomo è stato un diavolo solo per i tedeschi.

(inviata da Alberto Cornia – Al Dievel – La marcia del Diavolo – Versione italiana dal libretto della prima versione inserita nell’album “La Grande Famiglia”).

WIKIPEDIA http://it.wikipedia.org/wiki/Germano_Nicolini

Nato da numerosa famiglia contadina, di formazione cattolica,studi classici interrotti per malattia, diploma di ragionere e quindi studente Universitario alla Bocconi di Milano, durante la guerra diventa ufficiale, dopo l’ 8 settembre 1943 partecipa alla guerra di Liberazione diventando comandante del terzo battaglione SAP della 77ª brigata Manfredi, con il nome di battaglia “Diavolo”, datogli per una fuga rocambolesca dai tedeschi. Partecipa a numerosi scontri con il nemico e a due battaglie in campo aperto (Fabbrico e Fosdondo) ritenute i più importanti eventi resistenziali della bassa reggiana. Riportando due ferite in combattimento.

Finita la guerra, giovanissimo, si presentò alle elezioni con il Partito Comunista Italiano e fu eletto sindaco di Correggio con i voti favorevoli anche di alcuni consiglieri democristiani, in una zona e in un periodo ancora turbati dalle vendette e dai delitti di stampo politico.
Il 18 giugno 1946 venne ucciso il parroco di Correggio Umberto Pessina e Nicolini fu accusato del delitto insieme a Ello Ferretti e Antonio Prodi.
Due dei veri colpevoli dell’omicidio, Cesarino Catellani ed Ero Righi, si presentarono spontaneamente per confessare ma non furono creduti e vennero condannati per autocalunnia. Il testimone chiave dell’accusa, Antenore Valla, rilasciò le proprie dichiarazioni dopo esser stato torturato dai carabinieri del capitano Pasquale Vesce che, per la solerzia nel risolvere il caso, ottenne dal Papa la commenda pontificia dell’ Ordine di San Silvestro Papa e fu promosso generale.

Nicolini, Ferretti e Prodi furono condannati a 22 anni di carcere e ne scontarono 10 anni. Nel 1990, però, il caso venne riaperto su invito dell’onorevole Otello Montanari e William Gaiti, espatriato nel 1946, confessò di aver preso parte all’omicidio insieme a Castellani e Righi.
Ferretti, Prodi e Nicolini furono definitivamente assolti per non aver commesso il fatto soltanto nel 1994 mentre i veri responsabili rimasero liberi e furono prosciolti nel 1993 in applicazione dell’amnistia emanata dal Governo Pella nel 1953 per tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948.
L’ex “comandante Diavolo” è stato insignito della medaglia d’argento al valor militare.

Ancora oggi Germano Nicolini, novantenne, continua a prestare la sua testimonianza degli orrori della guerra.

…che loro hanno scritto e musicato dopo che io sono stato assolto a distanza di circa 50 anni da un’infamante accusa che mi obbligava a portare sulla fronte il marchio dell’assassino. Per cui certamente, anche quando si era fuori, tra i cittadini, la vita era dura.  E non che, nel mio Paese e nella stessa provincia di Reggio Emilia, la gente mi guardasse come il partigiano diavolo che avrebbe ucciso un sacerdote: lo sapevano tutti che il diavolo era diavolo di nome, non era diavolo di fatto.  Era un uomo onesto e pulito ed era un comunista che ha combattuto per il nostro Paese.

Nel 1947 Nicolini fu accusato, insieme ad Ello Ferretti ed Antonio Prodi, dell’omicidio di don Umberto Pessina, avvenuto nel giugno del 1946. Accusa totalmente infondata perché non solo i tre erano estranei alla faccenda, ma i veri assassini avevano già confessato. Nonostante questo, su pressione del vescovo Beniamino Socche, i tre furono condannati a 22 anni di prigione, anche grazie a una confessione estorta con la tortura a un testimone da parte dei carabinieri.
“Al Dievel” trascorse in prigione dieci anni, anche a causa dell’ostilità dello stesso PCI. Nel 1990 il processo fu riaperto e nel 1994 il caso si chiuse definitivamente con l’assoluzione dei tre innocenti.
I Modena City Ramblers hanno messo in musica questa vicenda, una testimonianza della complessa rete di vendette e contro-vendette che si consumarono nel difficile periodo post-Resistenza in una zona delicata come l’Emilia rossa. Vedi anche http://www.lagrandefamiglia.it/ (MCR Fan Club) Modena City Ramblers Appunti partigiani
La canzone è stata anche inclusa nell’album Appunti Partigiani, uscito nell’aprile 2005 per celebrare il 60° anniversario della Resistenza. Questa versione, in cui i ritornelli sono cantati dal Coro delle Mondine di Novi, differisce dall’originale per i riferimenti cronologici aggiornati (nella prima strofa i “quarant’anni” sono diventati cinquanta; l’inizio della seconda strofa suona: “e adesso che siamo nel 2000, e si torna ancora su questa storia”) e per un paio di altri versi (nella seconda strofa: “un uomo che hanno voluto condannare a tutti i costi perché era un esempio per tutti gli altri”).
http://www.youtube.com/watch?v=oqKBUEhWEUAOmbremosse
ombremosse
24 ottobre 2008
Le ali e il vento: omaggio al Comandante Diavolo di Ombremosse
Italia 2008. Sulle note di Al Dievel (Il Diavolo) da Appunti partigiani dei Modena City Ramblers. Con il Coro delle Mondine di Novi: Italia 2005
contributi video tratti:

dal discorso di Germano Nicolini al concerto dei Modena City Ramblers presso il Museo Cervi – Gattatico (RE) riprese di Telecitofono: Italia 2005
da L’Agnese va a morire di Giuliano Montaldo: Italia 1976
da Materiale Resistente di Guido Chiesa e Davide Ferrario: Italia 1995
da Espansione di Memoria di Ombremosse: Italia 2005

Realizzata dietro richiesta e per conto dell’Associazione Nazionale Punto Critico Onlus allo scopo di essere proiettata nella serata di venerdì 17 ottobre 2008 in occasione della consegna del riconoscimento a Germano Nicolini quale Ospite donore della IV edizione del Premio giornalistico-letterario Marenostrum a Viareggio (LU).
L’opera video autoriale in oggetto realizzata da Ombremosse non riveste pertanto alcun carattere e fine di natura commerciale, promozionale o pubblicitario.

Il discorso a sorpresa di Germano Nicolini, il partigiano Comandante Diavolo, in occasione del raduno dei fan dei Modena City Ramblers del 29 maggio 2005.  Realizzato da Telecitofono http://www.telecitofono.it/

IL RITORNO DEL DIAVOLO 1 : http://www.youtube.com/watch?v=devRaDnFteo

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IL RITORNO DEL DIAVOLO 2 : http://www.youtube.com/watch?v=uE5yzs0OuZQ

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IL RITORNO DEL DIAVOLO 3 : http://www.youtube.com/watch?v=q4AkWUPFHC4

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Azione Antifascita

Partigiani siempre:
immagini dei Partigiani sulla musica “Oltre il ponte” dei Modena City Ramblers

http://www.youtube.com/watch?v=lMQb5AE_sFc


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Oggi, lasciatemelo dire, perché pure essendo un’ottantacinquenne seguo gli avvenimenti, leggo i giornali e sento che il nostro Paese sta declinando. Avevamo raggiunto veramente un’Italia certamente migliore di quella del fascismo, questo è pacifico, ma se noi non ci preoccupiamo, se i giovani non si preoccupano che, nel mondo globale, se il nostro Paese non rimane su un piano di competitività non solo economica ma sociale … noi non vogliamo essere secondi a nessun paese per quanto riguarda l’essere vicini a coloro che soffrono, ai deboli. E’ questa, è questa la politica che noi chiediamo ai nostri dirigenti, ai nostri uomini. Basta coi litigi, basta coi personalismi.

Quando noi partigiani abbiamo combattuto, quando abbiamo fatto la scelta di prendere le armi contro i tedeschi e contro i fascisti, non pensavamo al potere, alla poltrona e al posto. Pensavamo di dare all’Italia un nuovo futuro.

E un grande uomo, colui che mi ha dato la libertà, che non mi ha fatto scontare altri 4 anni di galera che avrei dovuto scontare, Aldo Moro, questo grande uomo aveva capito che coloro che volevano portare avanti le indicazioni di Gesù Cristo dovevano trovare il modo di affratellarsi coi comunisti. E questi, anche se non si chiamano più o non vogliono più chiamarsi comunisti e io non sono iscritto a nessun partito, vogliono però portare avanti una politica di unità di coloro che certamente si battono per un’Italia migliore di quella che abbiamo.

Se mi permettete vi racconto un aneddoto. Quando ero in carcere, in una cella da solo per un anno poi dopo mi hanno messo assieme a dell’altra gente, tutti i giorni veniva un bravo cappellano. Ma lo dico in senso veritiero, sentito. Insomma, bravo veramente. Il quale si metteva a parlare con me. Parlavamo di filosofia, di letteratura, io ero uno studente universitario allora.

Lui sapeva ovviamente che io ero imputato di avere ucciso un sacerdote e discutendo lui si meravigliava e diceva: ma come, ma non può essere vero che lei è… però aggiungeva … se è vero che io non credo che lei sia colpevole è anche vero che io credo che lei sbagli ad essere comunista.

Parlavamo come si dice a scatto libero no? Ed io ho risposto: “guardi io sono di una famiglia di contadini benestati. Una famiglia cattolica che ha creduto in Cristo come il primo socialista di questo Paese.” E aggiungevo che, per me: “quello che diceva Gesù Cristo, predicando la fratellanza, la solidarieta con tutti gli uomini, l’essere vicino agli ultimi, io lo ritrovavo nel comunismo. Cioè trovavo nel comunismo gli stessi valori.”

Poi, è vero, dopo abbiamo visto che cosa è stata l’esperienza del comunismo russo, abbiamo visto la caduta del muro di Berlino, fortunatamente. Ma il comunismo italiano era diverso. Il comunismo italiano guardava alla democrazia, guardava alla libertà del cittadino di poter esprimere il proprio pensiero, quello che gli stava a cuore, quello che aveva nell’animo. A parte il periodo scriteriato delle brigate rosse che non erano dei comunisti, il comunismo italiano ha sempre combattuto per la democrazia.

Intervista al partigiano Germano Nicolini (nome di battaglia “comandante Diavolo”) in occasione del premio giornalistico letterario “Marenostrum”. Sabato 18 Ottobre 2008

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http://www.youtube.com/watch?v=bPQfIvcOyvY

Il ‘Diavolo’ non dimentica

Nicolini innocente dopo 50 anni: l’amaro silenzio

L’uccisione di don Umberto Pessina ha fatto discutere per mezzo secolo. Tre innocenti (Germano Nicolini, Ello Ferretti e Antonio Prodi) finirono in carcere dopo l’omicidio del 18 giugno 1946, nonostante l’ammissione di responsabilità da parte di due dei tre veri partecipanti alla ronda davanti alla canonica (Cesarino Catellani ed Ero Righi, all’epoca condannati per autocalunnia).

Al testimone chiave del delitto, Antenore Valla, la «confessione» fu estorta con la tortura (un cerchio metallico stretto attorno al cranio) dagli uomini del capitano dei carabinieri Pasquale Vesce, guidato nelle indagini dal vescovo Beniamino Socche. I tre innocenti furono condannati a 22 anni, di cui una decina scontata in cella. Vesce ottenne dal Papa la commenda pontificia dell’Ordine cavalleresco di San Silvestro e divenne generale.

Nel 1990 l’onorevole Otello Montanari invitò a fare luce sui delitti del dopoguerra, e il procuratore Elio Bevilacqua riaprì il caso. William Gaiti, il terzo della ronda, confessò di avere sparato a don Pessina. Nel 1993 la Corte d’assise di Perugia prosciolse Gaiti, Righi e Catellani in virtù dell’amnistia del 1946 sui delitti del dopoguerra; nel 1994 la corte d’appello assolse Nicolini, Ferretti e Prodi.

Germano Nicolini, classe 1919, cattolico, comandante del terzo battaglione Sap della 77ª brigata Manfredi con il nome di «Diavolo», fu arrestato poco dopo essere stato eletto sindaco anche con i voti Dc. Dopo la condanna come mandante dell’omicidio, fu radiato dall’esercito e interdetto dai pubblici uffici. Assolto 45 anni dopo il delitto, ha ottenuto la medaglia d’argento al valore militare.

Nel novembre 2000 il ministro Gianni Mattioli durante un incontro pubblico ha chiesto scusa a Nicolini a nome del padre Pietro, che nel 1953, in qualità di pubblico ministero, chiese e ottenne la sua condanna. Gianni Mattioli all’epoca vide venire per due volte monsignor Socche a casa sua per chiedere al padre pubblico ministero la condanna del «Diavolo».

Nicolini fu stritolato prima dalla Chiesa, che cercava a tutti i costi un capro espiatorio per i delitti post-bellici e lo trovò nel giovanissimo partigiano e sindaco dell’Emilia rossa; poi dal partito comunista, al quale lui, cattolico, aveva aderito perché all’epoca – quando non si conoscevano le aberrazioni cui il comunismo avrebbe portato nel mondo – credeva che quella fosse la vera strada per mettere in pratica il Vangelo, dopo 2000 anni di potere spirituale e temporale da parte della Chiesa. Il Pci, prima omertoso e poi contrario alla revisione del processo, non fece nulla: preferì far restare in galera tre innocenti che non potevano rivelare nulla sui veri colpevoli e sulle coperture del partito.

Ora Nicolini non vuole commentare la vicenda che ha stravolto la sua vita, anche perché sono ancora in piedi una querela fatta (al professor Spreafico) e una ricevuta (dagli eredi dell’avvocato Grandi, vicesegretario Dc dell’epoca) per quanto è stato pubblicato in questi ultimi anni. Anche per questo Nicolini non riesce a dimenticare la «macchinazione» che ha travolto una persona onesta, un bravo giovane che si trovò nel posto sbagliato (sindaco della rossa Correggio) nel momento sbagliato.

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(Istoreco) Reggio P.zza del Duomo – Maggio 1945

Corriere: archivio storico
Don Pessina, giustizia e’ fatta

Ma i ” veri ” colpevoli non vanno in prigione: amnistia

Chiusa una pagina sanguinosa del Dopoguerra: Gaiti William 68 anni, Righi Elio e Catellani Cesare sono i veri responsabili dell’ omicidio di Pessina don Umberto avvenuto il 18 giugno 1946 a Correggio. L’ ex sindaco Nicolini Germano ha scontato 10 anni di carcere ingiustamente

Perugia: la Corte d’ Assise chiude una pagina sanguinosa del Dopoguerra. Gli assassini confessano, un innocente sconto’ 10 anni
TITOLO: Don Pessina, giustizia e’ fatta Ma i “veri” colpevoli non vanno in prigione: amnistia

Alle 22 del 18 giugno ‘ 46 la perpetua, terrorizzata, suona le campane. Don Umberto Pessina e’ appena entrato in casa, ferito al torace, rantolante. Fuori, l’ assassino si da’ alla fuga, e per intimidire eventuali inseguitori spara un colpo di pistola in aria.

Finisce cosi’ nel sangue la ronda dei tre ex partigiani comunisti che avevano avuto l’ incarico di una “missione esplorativa” nella canonica del parroco di Correggio: si diceva che il prete nascondesse i fascisti, che li aiutasse a reperire armi.

Per quel delitto l’ ex sindaco di Correggio Germano Nicolini ha scontato dieci anni di carcere. Tre corti lo hanno giudicato colpevole nonostante lui urlasse la propria innocenza. Aveva ragione. La Corte d’ Assise di Perugia ha indicato ieri il vero assassino di Don Pessina: William Gaiti, sessantotto anni che ha scelto il silenzio per quasi mezzo secolo.

Alle 20 e 30, dopo tre ore e mezzo di camera di consiglio la sentenza: Gaiti assieme a Elio Righi e Cesare Catellani e’ responsabile della morte del sacerdote. Però, la Corte dichiara “non doversi procedere” per amnistia: riconosciuto il movente politico, esclusa la premeditazione.

Ironia della storia. L’ innocente e’ andato in prigione, il colpevole no.

E ancora piu’ grottesca la sorte di Righi e Catellani. Si erano autoaccusati del delitto Pessina ma i giudici si erano sempre rifiutati di credere alla loro versione: bollandoli anzi come autocalunniatori. Risultato, tre innocenti dietro le sbarre (con Germano Nicolini anche Antonio Prodi ed Ello Ferretti) al posto di tre colpevoli. Un pasticcio giudiziario che dura dal ‘ 46.

Nicolini finalmente potra’ essere riabilitato, otterra’ il processo di revisione. Ma forse nemmeno un’ altra aula di giustizia riuscira’ a spiegare per quali circostanze il sindaco di Correggio l’ ex partigiano “Diavolo” che scampava miracolosamente agli agguati fascisti divenne un capro espiatorio. Un complotto? Probabile.

Certo e’ che i tessitori della trama sono tanti e provenienti da diverse sponde. Ecco il capitano dei carabinieri Pasquale Vesce che nel ‘ 46 si accanisce contro Nicolini: prima lo “incastra” come esecutore materiale, pero’ e’ pronto a considerarlo il mandante quando almeno una decina di testimoni racconta che la sera del 18 giugno il sindaco si trovava a 20 chilometri da Correggio a giocare a bocce.

E chissa’ perche’ il vescovo Beniamino Socche in quegli anni e’ entusiasta della “sagacia” del giovane carabiniere, tanto da fargli avere da Pio XII l’ onorificenza di cavaliere di San Silvestro per meriti eccezionali.

Ma contro Nicolini c’ e’ soprattutto un certo mondo comunista.

I compagni alla Gaiti che tacciono. Mezzo paese che sa e non vuole dire. Dirigenti di partito che coltivano un’ omerta’ mafiosa. Perche’ nella vicenda Pessina i comunisti ricoprono tutti i possibili ruoli: dagli eroi innocenti agli assassini silenziosi.

Restano tanti misteri sul triangolo della morte Ferrara Ravenna Reggio Emilia. Un dopoguerra caratterizzato da strascichi di barbarie e da vendette personali. Clima di odio evocato ieri alla Corte d’ Assise di Perugia. Un dibattimento nel quale il gioco delle parti e’ stato stravolto. La pubblica accusa che non crede nella premeditazione dell’ assassinio. I difensori che invitano la Corte a condannare i rei confessi.

Parla il pm Nicola Restivo: “E un omicidio semplice, un “incidente di percorso” durante un “controllo” degli ex partigiani alla canonica” con Gaiti che si e’ sentito spingere, “si e’ voltato e d’ istinto ha sparato”. Raccomandazione alla Corte: “Vi era una tensione politica forte. Sia all’ interno di schieramenti partigiani sia perche’ erano ancora attivi i cecchini fascisti”. Il pm propone dunque che Gaiti e compagni siano riconosciuti colpevoli di omicidio semplice: nemmeno un giorno di galera, c’ e’ la prescrizione. Oppure che il reato sia considerato “politico”: percio’ coperto da amnistia.

Il pm minimizza, l’ avvocato di parte civile per gli eredi di Don Pessina si scatena. Va contro corrente. Non gli bastano tre ore. Elio Zaganelli non accetta le critiche alle indagini di Pasquale Vesce morto recentemente da generale: nessuna confessione fu estorta con la tortura. Difende i giudici che condannarono Nicolini: fa capire che lo ritiene ancora il sicario di Don Pessina. Tenta di smontare a pezzi le deduzioni dei colleghi. Allude a una specie di accordo per cui Gaiti e compagni hanno “confessato” con l’ unico scopo di riabilitare Nicolini. Un patto cui non sarebbe estraneo Otello Montanari, l’ ex deputato Pci che tre anni fa lancio’ la campagna del “chi sa parli”.
Alla fine l’ avvocato con un colpo di teatro chiede che i tre imputati siano condannati per omicidio premeditato, ma “in coscienza” vorrebbe che fossero assolti: e giudicati per autocalunnia. Il trionfo del paradosso.

Interviene il difensore di Gaiti, Gianni Zaganelli: si allinea sulle posizioni dell’ accusa. Ma ricorda soprattutto il risultato di un esame sulle impronte digitali che scagiona Nicolini e sorregge la confessione di Gaiti. La perizia e’ stata determinante nel verdetto.

Il reo confesso: “Fu solo una disgrazia”

L’ INTERVISTA –  PERUGIA . William Gaiti, 68 anni, reo confesso. Ha ucciso don Umberto Pessina la sera del 18 giugno ‘ 46. Ma per quasi mezzo secolo ha taciuto. Per l’ assassinio ha scontato invece 10 anni di carcere Germano Nicolini, ex sindaco di Correggio.

Gaiti alle 8.30 e’ gia’ in tribunale. Sembra tranquillo, ma fuma tante sigarette.

Signor Gaiti che cosa ricorda di quella sera e di don Pessina? “Non lo conoscevo. Lo vidi la prima volta quando andai di ronda davanti a casa sua.

Li’ capito’ l’ “incidente”… “. Cioe’ lei sparò. Si e’ mai pentito? “No, per me fu solo una disgrazia”.

Perche’ ha aspettato tanti anni per dire la verita’ ? “A un certo punto non ci pensavo piu’ . Tutti avevano dimenticato. Soltanto nel ‘ 91 e’ stato sollevato il caso del triangolo della morte. Per por fine alle chiacchiere, mio figlio mi costrinse a confessare. Ma ne’ lui ne’ mia moglie avevano mai sospettato di me”.

Nicolini, innocente, e’ andato in galera. Non si sente in colpa? “No. L’ allora capitano dei carabinieri, Pasquale Vesce, aveva gia’ deciso che l’ assassino era Nicolini. Non sarebbe servito a nulla un mio intervento: la montatura era stata studiata a tavolino. Nessuno pero’ si aspettava che condannassero Nicolini”.

Si e’ scusato con lui? “Non c’ e’ mica bisogno! Neppure ci salutiamo, e’ imbarazzante per entrambi. Ma non credo che nei miei confronti provi rancore. Nel memoriale che ha scritto non c’ e’ una parola di odio contro di me”.

Il suo giudizio sul clima del ‘ 46? “E’ normale che dopo una guerra civile ci siano le “code”. Anche i fascisti uccidevano. Mio padre fu torturato e fucilato con altre persone. Nel gruppo c’ era anche un prete”.

Perche’ e’ stata creata una montatura proprio contro Nicolini? “Non lo so. Non lo sa nemmeno lui. Forse perche’ era il sindaco”.

Il legale di parte civile ha detto in aula che lei mente, non e’ l’ assassino. “Ma lei pensa che 50 anni dopo il delitto mi inventi una tale bugia?”.
D’ Angelo Vito – Pagina 12 – (8 dicembre 1993) – Corriere della Sera

Comune di Correggio (RE): intervista a Germano Nicolini

Istoreco - Siempre contra todos los fascismos

Foto Istoreco

Marcello RossiIntervista a Germano Nicolini

Quale era la situazione a Correggio nell’immediato dopoguerra?

Situazione tremenda: una miseria generalizzata, con decine e decine di famiglie letteralmente alla fame; una disoccupazione che andava oltre il 20% della forza lavoro attiva, colpendo particolarmente i giovani; un’economia disastrata, che si reggeva fondamentalmente sull’agricoltura, già di per sè arretrata, e che aveva potenzialità di sviluppo a breve pressochè nulle, perciò non in grado di creare nell’immediato una quantità significativa di posti di lavoro; Stato e Comune con le finanze esauste, quindi incapaci di interventi di una certa efficacia; delusione, scoramento e rabbia che montavano a vista d’occhio, con rischio sempre incombente di sbandamenti anche di massa. Penso che se si è evitato il peggio lo si deve alla consapevolezza, sia pure tormentata, che la gente aveva maturato nelle sofferenze e nei patimenti di quei terribili cinque anni di guerra, consapevolezza che per uscire dal baratro in cui il Paese era stato precipitato si sarebbero dovuti affrontare ulteriori durissimi sacrifici

In qualità di comandante partigiano, quale fu il tuo ruolo nel primo periodo dopo la Liberazione?

La gente mi conosceva per ciò che ero stato nella lotta partigiana e penso mi onorasse della sua stima per come quella lotta avevo condotto. Non lo faceva certamente per credenziali di antifascismo anteguerra, che non avevo. Smobilitato dagli Alleati nel settembre del 1945, due mesi dopo fui eletto segretario comunale dell’Anpi con voto unanime di tutti i partigiani. In quella veste svolsi un ruolo che andava ben oltre i compiti specifici di un segretario di associazione di ex combattenti. E ciò mio malgrado, giacchè non fui io ad inseguire questo ruolo. Agli occhi della gente minuta io continuavo ad essere “il diavolo” della clandestinità…. il comandante partigiano vicino ai poveri, l’uomo che nei momenti difficili non rifiuta di darti una mano. E così mi ci si rivolgeva per ogni genere di problema, talchè l’Anpi divenne un po’ un ufficio aperto a tutti. Io sentivo intorno a me tanto calore e tanta stima e confesso che ne andavo orgoglioso

Puoi esprimere un giudizio sull’opera di epurazione della pubblica amministrazione?

Ricordo che all’atto della Liberazione il CLN comunale nominò la Commissione giustizia che, tra i suoi compiti, aveva anche quello di valutare la condotta degli ex amministratori fascisti. La commissione era composta dai rappresentanti dei partiti antifascisti ed era presieduta dal pretore di Correggio, il dottor Campana. Se la domanda si riferisce, come penso, specificamente all’amministrazione pubblica di Correggio, rispondo che non mi risulta che ci siano state epurazioni tra gli ex amministratori fascisti, nemmeno tra quelli della ex Repubblica di Salò

E’ vero che l’Anpi aveva un’importanza tale da condizionare le scelte amministrative?

No… non esageriamo!! E’ innegabile che il prestigio dell’Associazione Partigiani in quel particolare momento storico era immenso e che la gente guardava ad essa quasi fosse un centro di potere che “tutto poteva”; ma non è vero che la sua importanza fosse tale da condizionare le scelte amministrative del Comune. C’è piuttosto da dire che molti amministratori comunali erano stati partigiani, per cui è da immaginarsi che su certe scelte amministrative il loro parere abbia pesato in maniera determinante

I nuovi amministratori comunali, dato che non avevano esperienza, come affrontano il gravoso impegno di governare la città?

Per vent’anni il regime fascista aveva scelto gli amministratori dei comuni (ma non solo dei comuni!) con criteri di discriminazione politico-ideologica o di censo, per cui era oggettivamente impossibile che si potessero formare dirigenti amministrativi di estrazione popolare. Da qui la scarsa esperienza nei nuovi eletti del dopo Liberazione, i quali in ispecie nella nostra regione erano in maggioranza operai e contadini. Costoro avevano però requisiti quali la dedizione, il disinteresse personale, la voglia di fare che i loro predecessori non avevano, quantomeno in egual misura; sicchè riuscivano a supplire alla impreparazione tecnico-culturale con un certo buon senso. Va comunque detto che questo certo buon senso non sarebbe bastato a governare bene le città. Il segreto del buon governo, come l’Emilia insegna, sta nell’aiuto che questi amministratori ricevevano dal loro partito, il “Principe” dei tempi moderni che li educava, illuminandoli sul cosa fare, come fare, quando fare

Dalla ricerca che ho compiuto emerge un rapporto di proficua collaborazione, tra maggioranza e minoranza, sui problemi del Comune. E’ vero?

Sì, e’ vero. C’era tra maggioranza e minoranza un rapporto di proficua collaborazione, valore di democrazia ereditato dal patrimonio di unità operativa della Resistenza e dissipatosi con l’insorgere della guerra fredda. E’ un valore da riconquistare, essendo inconcepibile in una democrazia matura che maggioranza e minoranza si contrappongano su tutto. Nel corso del mandato consiliare sono mille i modi che la minoranza ha per differenziarsi e segnare la propria identità di opposizione, perciò è contrario ad ogni principio di democrazia non cercare e non trovare momenti di collaborazione e di accordo con la maggioranza su problemi di interesse vitale per lo sviluppo del paese. E’ ciò che avevano capito i consiglieri comunali testè usciti dalla Resistenza, che pure non avevano il corredo di esperienza all’esercizio della democrazia di cui dispongono gli amministratori di oggi

Come matura la nomina di Nicolini a sindaco?

La mia nomina a sindaco matura nell’estate del 1946, alcuni mesi dopo le elezioni amministrative del marzo, nelle quali io ero stato eletto consigliere. Era stato nominato sindaco il dottor Arrigo Guerrieri, carica che già ricopriva fin dalla Liberazione per delega del CLN comunale. Per ragioni di lavoro egli decise di trasferirsi a Reggio con la famiglia, sicchè fu giocoforza sostituirlo. Il partito pensò a me. La nomina avvenne alla fine di dicembre del 1946. Mi piace ricordare che votarono per me anche alcuni consiglieri dell’opposizione democristiana, fatto politico eccezionale, quantomeno per la nostra regione

Purtroppo la tua amministrazione è durata poco tempo, dal 29 dicembre 1946 al 13 marzo 1947; quali sono i tuoi ricordi?

Sì, la mia esperienza da sindaco fu di brevissima durata perchè il 13 marzo 1947 verrò arrestato con l’imputazione di essere stato l’esecutore materiale dell’uccisione del povero don Pessina. Dal momento della nomina erano trascorsi 75 giorni: neanche il tempo per imparare a fare i primi passi!! Non posso dimenticare: era sul far dell’alba di un mattino brinoso e molto freddo. Al suonare del campanello andò ad aprire mio suocero; io ero a letto febbricitante con i prodromi dell’influenza, mentre mia moglie non poteva farlo in quanto sofferente di un forte malessere da gravidanza avanzata (partorirà quattro giorni dopo). C’erano quattro carabinieri comandati da un capitano. Con modi cortesi mi invitarono ad andare in caserma con loro, trattandosi di cosa importante per la quale occorreva la mia presenza colà. Li seguii tranquillo. Se non che la caserma era quella dei carabinieri di Novellara e un po’ stupito chiesi loro la ragione di ciò. Mi dissero a bruciapelo: ” Prodi Antonio ha confessato che lei, la sera del 18 giugno 1946, ha sparato a don Pessina uccidendolo”. Rimasi lì, esterefatto, quasi a non credere alle mie orecchie; poi pensai che si stava bluffando per vedere se io sapevo qualcosa del delitto. Purtroppo si stava facendo sul serio, dando così inizio ad una macchinazione politico-giudiziaria che porterà me ed altri due innocenti davanti alla Corte di Assise di Perugia. Io sarò condannato a 22 anni di reclusione, Ferretti Ello a ventuno e Prodi Antonio a 20. Sarà un susseguirsi di sofferenze e di umiliazioni che durerà per quasi mezzo secolo e che avrà fine solo l’8 giugno 1994, giorno in cui la Corte di Appello di Perugia, in sede di revisione del processo, assolverà me e gli altri innocenti per non aver commesso il fatto. Una sentenza esemplare che smaschera la mostruosa macchinazione, lasciando intravedere tra le righe chi siano stati gli occulti macchinatori. Scrive a pag. 67 della sentenza il Presidente della Corte di Appello di Perugia, dott. Emanuele Salvatore Medoro (8 giugno 1994):
” Pertanto la Corte ritiene, in conformità a quanto sostenuto dalla difesa del Nicolini, che una serie di fattori- indagini di polizia giudiziaria condotte con metodi non del tutto ortodossi; lacune ed insufficienze istruttorie; una sorta di ‘ragion di Stato di partito’ che ebbe ad ispirare il comportamento di alcuni uomini del PCI; una pressante quanto legittima domanda di giustizia da parte del clero locale, estrinsecantesi però in iniziative al limite dell’interferenza; interventi di autorità non istituzionali e comunque processualmente non competenti- abbia fatto sì che la legittima esigenza di individuare e punire gli autori del grave quanto gratuito fatto di sangue si risolvesse, oggettivamente, in una sorta di ricerca del colpevole a tutti i costi dando luogo ad un grave errore giudiziario, al quale la Corte ha ritenuto ora di dovere porre riparo assolvendo ampiamente gli imputati e restituendoli alla loro dignità di innocenti”
Il marchio dell’assassino portato per mezzo secolo; dieci anni di carcere e cinque di libertà vigilata; degradazione ed espulsione dall’esercito in seguito alla sentenza di condanna; reinserimento difficile nel lavoro; ostilità ed isolamento nella irrinunciabile battaglia per la revisione del processo: sono solo una parte dei ricordi di una vita rovinata!

Sul tuo “caso”, non vi è stata alcuna speculazione politica da parte della minoranza in Consiglio comunale; anzi, dal tuo libro “Nessuno vuole la verità” emerge un rapporto di reciproca stima con Luigi Paterlini, capogruppo DC. Cosa ne pensi?

Ho conosciuto Paterlini il 25 aprile 1945 nel municipio di Correggio. Rappresentava la DC nel Comitato di Liberazione, con l’incarico di presiedere ai rapporti col Comando Piazza Partigiano. Ci incontravamo diverse volte al giorno per discutere e consultarci sulla situazione in continuo movimento dell’ordine pubblico, per cui imparammo a conoscerci in profondità.

Apprezzava molto l’equilibrio da me dimostrato in quei giorni insurrezionali di eccitazione generale e in prosieguo di tempo, quando i partiti incominceranno a far politica con riunioni e comizi, lui mi rivolgerà insistentemente l’invito ad andare a parlare alla gente per la sua D.C., che era un modo elegante per offrirmi la tessera di quel partito. Dopo il mio arresto, testimoniando davanti al giudice istruttore, dirà che lui non credeva che io potessi essere colpevole. Nel corso della sua testimonianza davanti alla Corte di Assise di Perugia (febbraio 1949), avendo ribadito quanto già dichiarato al magistrato inquirente ed essendosi dilungato nella descrizione di un episodio nel quale l’intervento del Comandante Diavolo impedì il compiersi di un atto di giustizia sommaria, il Pubblico Ministero lo interromperà rimproverandogli di essere ” un incorreggibile chiacchierone”. Firmò una petizione promossa da un centinaio di intellettuali di Correggio, di tutte le parti politiche, con la quale si chiedeva al ministro di Grazia e Giustizia del tempo, l’on. Aldo Moro, di concedermi la libertà condizionale, libertà che io non ho e non avrei mai chiesto in quanto subordinata all’ottenimento del perdono dei familiari di don Pessina. Ma può chiedere il perdono chi non abbia commesso il delitto pel quale è stato condannato? Quando sarò rimesso in libertà, Paterlini verrà a casa mia per dirmi che la sua stima era sempre la stessa. Un uomo onesto!.. un vero cristiano!

Il discorso si fa diverso per l’atteggiamento tenuto in Consiglio comunale dai rappresentanti della D.C. prima e del PPI dopo. Nulla so dell’atteggiamento tenuto nei dieci anni in cui ero in carcere ; molto potrei invece dire delle provocazioni umilianti di cui si sono fatti protagonisti i gruppi consiliari cattolici alternatisi negli ultimi trent’anni. Cito un episodio per tutti. Consiglio comunale del 29 giugno 1994

Ventidue giorni prima, Nicolini viene assolto per non aver commesso il fatto dalla Corte di Appello di Perugia. Tutti i gruppi consiliari, escluso quello del PPI, si uniscono al sindaco Ferrari nel felicitarsi con l’innocente, già consigliere e già sindaco, per il meraviglioso esito della sua quarantennale battaglia. Il gruppo consiliare cattolico abbandona l’aula accennando “a lati ancora oscuri dell’omicidio don Pessina”. Costoro non sono degni di definirsi cristiani…!

A conclusione di questa intervista, ti ringrazio di aver pensato a me e complimenti per il tuo libro-ricerca, che ho trovato molto interessante sia per il rigore storico e la documentazione fornita che per la scorrevolezza narrativa.

Marcello Rossi Intervista a Germano Nicolini  –

La politica amministrativa a Correggio dal 1945 ad oggi

A.N.P.I._Reggio_Emilia

A.N.P.I. REGGIO EMILIA

Istituto_Alcide_Cervi

“E non che, nel mio Paese e nella stessa provincia di Reggio Emilia, la gente mi guardasse come il partigiano diavolo che avrebbe ucciso un sacerdote: lo sapevano tutti che il diavolo era diavolo di nome, non era diavolo di fatto.  Era un uomo onesto e pulito ed era un comunista che ha combattuto per il nostro Paese.”

…Noi sognavamo un mondo diverso, un mondo di libertà, un mondo di giustizia, un mondo di pace e un mondo di fratellanza e di serenità. Ho 85 anni, da allora ne sono passati sessanta e purtroppo questo mondo non c’è… E allora riflettete, ragionate con la vostra testa e continuate la nostra lotta…”

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One thought on “Al Dievel

  1. Apprezzabile menzione per questo grande italiano, fulgido esempio e viva testimonianza della nostra Storia.
    Rendiamo omaggio e la nostra gratitudine al Compagno comandante Germano Nicolini che ha lottato per la sua e la nostra libertà.
    Ha lottato ed è stato sacrificato dai pochi che hanno sempre perseguito l’oppressione e lo sfruttamento dei molti.

    Mi piace

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